
Gay weekend romantico: tre giorni da solo in Sardegna
Il traghetto lascia Civitavecchia che sono già le dieci di sera, e Marco è sul ponte di prua con una birra tiepida in mano e il vento che odorava di sale e gasolio. Ha chiamato così i tre giorni in Sardegna, con una certa ironia: un gay weekend romantico da solo. I colleghi pensavano a una fuga con qualcuno. No. Solo lui, una casa con quattro muri vicino a Castelsardo, e il nord dell'isola con i suoi scogli bianchi e il silenzio. Aveva bisogno di questo da due anni. Forse da prima ancora.
Un weekend romantico che nessuno capisce
La casa è esattamente quello che aveva cercato su Airbnb a maggio, quando aveva capito che agosto non l'avrebbe passato come gli anni precedenti. Una costruzione in granito bianco a tre chilometri da Castelsardo, con un terrazzo che guardava il mare e una cucina dove si poteva stare senza sentirsi addosso le pareti. Due stanze da letto. Una le aveva subito chiusa, come se tenerla vuota la rendesse meno evidente.
Aveva scaricato la macchina, sistemato le cose nell'armadio con la stessa precisione che usava in studio per disporre i plastici di progetto, e poi si era seduto sul terrazzo con la birra ancora fredda del viaggio. Dietro di lui, la cucina vuota. Davanti, il Tirreno che cambiava colore mentre il sole scendeva verso la Corsica. Nessuno cui mandare una foto. Aveva alzato il telefono lo stesso, poi lo aveva rimesso in tasca.
Il silenzio di quella prima sera non era pesante. Era solo insolito, come un appartamento nuovo dove i rumori non li conosci ancora. Marco aveva quarantotto ore davanti e nessuna agenda da rispettare. L'ultima volta che era successo aveva trentatré anni, ed era una cosa completamente diversa.
Il silenzio del nord Sardegna
Il secondo giorno aveva cominciato ad alzarsi prima dell'alba. Non per scelta, ma perché alle cinque e mezza era già sveglio con gli occhi aperti nel buio, e non c'era ragione di restare a fissare il soffitto. Era sceso al mare da solo, attraverso un sentiero di roccia bianca e macchia mediterranea che odorava di cisto e timo bruciato dal caldo. La spiaggia era stretta, con i sassi grossi e il mare ancora liscio come vetro.
Aveva camminato un'ora senza pensare a niente di specifico, e poi si era reso conto che era la prima volta in due anni che camminava senza il telefono in mano o le cuffie nelle orecchie. Dopo il divorzio, il silenzio era diventato una cosa da riempire sempre. Podcast, playlist, notifiche, telefonate inutili ai colleghi. Tutto pur di non trovarsi solo con i propri pensieri, perché i propri pensieri facevano domande scomode.
Lì, sul bagnasciuga del nord Sardegna, le domande erano arrivate lo stesso. Senza musica a coprirle.
A chi avrebbe mandato quella foto, se l'avesse scattata? Non per vanto, ma per condivisione vera. Non lo sapeva. Negli ultimi due anni aveva costruito una vita esatta e funzionale: lo studio che andava bene, i progetti importanti, l'appartamento ristrutturato a Porta Venezia con i soffitti alti e la luce giusta. Aveva ricostruito tutto tranne una cosa. E quella cosa era l'unica che mancava davvero, anche se non riusciva ancora a nominarla con precisione.
Non era la prima volta che il silenzio lo sorprendeva così. Mesi prima, un pomeriggio a Capocotta si era concluso allo stesso modo: più domande di quelle con cui era partito, nessuna risposta, la sensazione vaga di essere arrivato da qualche parte senza saperlo.
Quella mattina era tornato alla casa e si era fatto il caffè con la moka che aveva portato da Milano, perché il caffè delle macchinette non lo regge dal 2019, e aveva guardato il mare dal terrazzo senza aprire il telefono. Venti minuti. Era un record degli ultimi ventiquattro mesi.
La notte del secondo giorno
Il problema si era presentato quella sera, intorno alle tre di notte.
Non era insonnia vera. Era quel tipo di veglia in cui sei abbastanza sveglio da pensare ma abbastanza stanco da non avere difese. Marco era rimasto immobile nel buio con gli occhi aperti e aveva ascoltato la casa, il vento leggero che passava sotto la porta del terrazzo, il mare che non si sentiva ma si sapeva là fuori. E aveva capito con una chiarezza che di solito gli mancava che aveva passato due anni a costruire muri.
Non pareti. Muri.
L'architetto che aveva progettato cortili aperti e spazi fluidi e case dove la luce entrava da ogni angolo si era costruito intorno qualcosa di ermetico. Non per cattiveria, non per scelta consapevole. Per abitudine. Per sopravvivere ai primi mesi dopo Luca. Ma i mesi erano diventati anni, e i muri erano rimasti lì.
Nella notte di Castelsardo, senza nessuno a cui rispondere, Marco aveva capito una cosa sola: non era pronto a buttarli giù, quei muri. Ma era pronto ad ammettere che c'erano. E che stava bene lì dentro come si sta bene in un cantiere: ci puoi dormire, tecnicamente, ma non è una casa.
Non aveva pianto. Ci sarebbe arrivato il mattino dopo.
Cosa rimane dopo tre giorni soli
L'alba del terzo giorno lo aveva trovato seduto sul terrazzo con il caffè e la voglia di fare quella passeggiata fino a Castelsardo che aveva rimandato per due giorni. Il paese è arrampicato su una roccia che scende nel mare, con le case color terracotta che sembrano messe lì da qualcuno che non aveva paura del vuoto. Marco ci era arrivato a piedi in quaranta minuti, salendo per le stradine strette dove l'intonaco scrostato lasciava vedere la pietra sotto.
Si era seduto su un muretto a guardare il mare e il golfo dell'Asinara, e aveva pianto. Non con grandi gesti, non drammaticamente. Silenziosamente, come si piange quando si è stanchi e finalmente soli abbastanza da permetterselo. Due anni di contenimento in dieci minuti su un muretto in Sardegna, e un paio di turisti tedeschi che passavano e non badavano a lui.
Si era asciugato la faccia con la maglietta, si era alzato, e aveva continuato a camminare.
L'aveva sorpreso quanto si sentisse meglio. Non risolto, non guarito, non pronto. Ma meglio. Come quando in un cantiere togli il telo da un muro che hai appena demolito e c'è ancora polvere ovunque, ma almeno vedi cosa c'era dietro.
Quella sera, l'ultima della vacanza, aveva cucinato la pasta con le vongole che aveva comprato al mercato il giorno prima e si era seduto a tavola da solo con un bicchiere di vermentino. Aveva guardato il tramonto senza il telefono. Non perché fosse un gesto simbolico, ma perché non gli veniva voglia di aprirlo.
Era la prima volta in due anni che la solitudine non sembrava un difetto.
Il mattino dopo aveva caricato la macchina con la stessa precisione dell'arrivo, aveva chiuso la porta a chiave e aveva lasciato le chiavi nella cassettina come indicato nelle istruzioni. Prima di partire si era fermato un momento sul terrazzo, non per nostalgia, ma perché voleva fissare bene quell'immagine: il mare, la roccia bianca, il silenzio che non era più vuoto.
Tornava a Milano. Non sapeva ancora cosa avrebbe fatto di questa consapevolezza, non aveva un piano. Ma sapeva che era pronto, per la prima volta, a costruire qualcosa di diverso da un muro. E che l'aveva capito qui, da solo, senza nessuno a spiegarglielo.
Il mentore di Marco era stata la solitudine stessa. Aveva impiegato due anni a presentarsi, ma era arrivata puntuale.





