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Saune gay Roma: Tommaso all’EUR e il diritto di non volere

Saune gay Roma: Tommaso all’EUR e il diritto di non volere

| Incontri gay casuali

Ci sono due tipi di saune gay a Roma: quelle del centro storico, dove l'aria sa di marmo e di tempo, e quelle nuove, razionaliste, che cercano di sembrare qualcos'altro senza mai riuscirci del tutto. Tommaso Ferretti, ventisei anni, dottorando in fisica teorica al Politecnico di Milano, conosce bene la differenza. Se l'è guadagnata nel corso di un'estate lunga, piena di scelte fatte e rapidamente disfatte. Quella sera di settembre, fermo sul marciapiede di Viale dell'Oceano Pacifico, a pochi passi dall'insegna discreta che aveva cercato su Google due settimane prima, capisce qualcosa di nuovo: può entrare. Ma non deve.

Il confine dell'EUR

Roma a settembre non rinuncia subito all'estate. Anche qui nell'EUR, dove le strade larghe e silenziose trattengono il caldo del pomeriggio come un forno che non vuole raffreddare, l'aria della sera ha ancora quella consistenza spessa che fa sentire ogni movimento leggermente in ritardo. Tommaso era arrivato quel mattino con il Frecciarossa da Milano, borsa a tracolla, poster del convegno arrotolato sotto il braccio: due giorni all'ENEA di Casaccia, poi ventiquattr'ore libere prima del ritorno al laboratorio.

Aveva prenotato una stanza in un B&B vicino alla Piazza Guglielmo Marconi. Aveva messo la borsa sul letto singolo, aperto la finestra sul cortile tranquillo, sentito il traffico lontano della Cristoforo Colombo. E poi aveva fatto quello che aveva imparato a fare da luglio in poi, quando si trovava in una città che non era Milano: aveva cercato su Google.

Non perché sentisse un bisogno urgente. Non come quella sera a Dubai, al Marina, quando il caldo umido del Golfo e la facilità inaspettata della situazione avevano reso tutto più semplice di quanto si aspettasse. Era una verifica, quasi. Esiste? Dove sta? A che distanza? Le domande di qualcuno che cataloga i posti senza sapere ancora se li vorrà frequentare.

Il risultato era finito in un segnalibro del telefono. Due settimane dopo, eccolo qui.

L'architettura che non ti aspetti

L'EUR è un quartiere che spezza le aspettative di chi arriva a Roma cercando il sampietrino e la facciata barocca. Le strade si chiamano Oceano Atlantico, Oceano Pacifico, Oceano Indiano, come se qualcuno avesse voluto costruire un'idea del mondo prima ancora che il mondo capisse cosa stava per succedere. C'è qualcosa di stranamente onesto in questa architettura: non finge di essere quello che non è.

Tommaso trovò l'insegna senza difficoltà. Piccola, discreta, una porta vetro satinato, un citofono. Niente che gridasse la sua funzione. Si fermò sul marciapiede quattro, forse cinque minuti. Non perché fosse incerto: era lì apposta. Ma perché il confine tra stare fuori e stare dentro meritava un momento di attenzione.

Dentro, senza entrare

La reception era piccola e pulita. Un ragazzo sulla trentina con il tono cordiale e professionale di chi ha imparato a non fare domande con gli occhi. Tommaso pagò, ricevette l'asciugamano, il lucchetto, il numero dell'armadietto. Firmò, prese le chiavi, ringraziò.

Lo spogliatoio odorava di detergente neutro e vapore lontano. Tre uomini si cambiavano in silenzio: uno sulla cinquantina con i capelli grigi tagliati corti; uno più giovane che non alzò la testa dalla borsa che stava aprendo; uno che stava uscendo, avvolto nell'asciugamano bianco, con l'andatura tranquilla di chi conosce bene dove sta andando.

Tommaso aprì l'armadietto, sistemò la borsa, si avvolse nell'asciugamano. Si osservò nello specchio per un secondo. Si riconobbe, il che non era scontato quanto sembrava: a volte, in posti come questo, lo specchio restituisce una versione leggermente sfasata.

Il bagno turco

La stanza del vapore era di media grandezza, piastrelle chiare, caldo costante che saliva da una griglia al centro del pavimento. Due panche di legno lungo le pareti. Cinque uomini seduti con quella distanza non-casuale che è il codice non scritto di questi ambienti: abbastanza vicini da segnalare disponibilità, abbastanza lontani da permettere il diniego senza confronto.

Tommaso si sedette nell'angolo più lontano dalla porta.

Il vapore era caldo ma non soffocante. Si appoggiò alla parete e chiuse gli occhi. Pensò all'hammam di Istanbul, alla prima volta che aveva sentito il calore di una stanza come questa come qualcosa di fondamentalmente promettente. Anche lì la stessa nebbia bianca, gli stessi codici, la stessa grammatica del corpo che non passa mai attraverso le parole. Ripensò a quella notte come si ripensa a un esperimento riuscito: con rispetto per il risultato, senza nostalgia per il processo.

Aprì gli occhi. Qualcuno aveva cambiato posizione. Un aggiustamento millimetrico, lo spostamento di una spalla. La lingua corrente di questi spazi.

Tommaso capì. Era stato capito, a sua volta.

L'uomo alla sua sinistra

Non era vecchio, non era giovane: aveva l'età indefinita di chi vive bene il proprio corpo senza doverlo dimostrare. Capelli scuri con qualche bianco alle tempie. Si avvicinò di una panca senza fretta, con l'economia di movimenti di chi sa che la velocità non è mai il punto.

Lo sguardo arrivò lateralmente, senza pressione. Non era fame, non era insistenza. Era una domanda formulata nel modo che si usa in questi posti: aperta, silenziosa, revocabile senza costi.

Tommaso rimase dov'era. Scosse leggermente la testa, con la discrezione che il vapore e il caldo impongono. Un movimento piccolo, inequivocabile.

L'uomo ricevette il messaggio. Si girò dall'altra parte, sereno, senza residui di niente.

Il punto di non ritorno che non arriva

Quello fu il momento. Non il grande momento di chiarezza che Tommaso aveva sempre immaginato: la rivelazione acustica, la sensazione di svolta che ti fa sapere che stai diventando qualcosa di diverso da quello che eri. Fu molto più piccolo di così.

Fu la constatazione che il suo corpo non si era mosso. Che la sua testa non aveva formulato nessun rimpianto. Che il vapore continuava a salire uguale, e che lui era seduto nello stesso angolo di prima, con la stessa temperatura sulle spalle, e non sentiva nessuna differenza tra un momento e l'altro.

Potevo.

La cosa strana era questa: il pensiero non aveva il tono della rinuncia. Non aveva il tono del sacrificio o della disciplina che si impone da fuori. Aveva il tono di una frase matematica verificata. Potevo. Ho scelto di no. Il sistema rimane in equilibrio.

Cosa aveva cambiato questa estate

Aveva ventiquattro anni quando aveva cominciato a capire cosa voleva. Venticinque quando aveva cominciato a cercarlo attivamente, con quella metodicità un po' meccanica che applicava anche alla ricerca. Ventisei adesso: la stessa metodicità, ma con qualcosa in più. La capacità di distinguere tra ciò che voleva e ciò che si aspettava di volere.

Pensò a Tel Aviv, alla spiaggia di Hilton, al pomeriggio passato a guardare il Mediterraneo da un angolo di sabbia che sapeva essere il suo spazio per le successive tre ore. Aveva voluto quello. Lo aveva scelto con la stessa naturalezza con cui sceglieva un angolo di biblioteca.

Pensò a Dubai, a Pierre, a come quella notte al Marina fosse finita nel modo che era finita non perché non avesse scelta, ma perché la scelta era stata semplice e ovvia e disponibile.

Ogni volta aveva scelto. Ma non lo aveva saputo fino adesso.

Il sesso non era mai stato un obbligo identitario. Era sempre stato una delle opzioni. Solo che nessuno glielo aveva detto, e aveva impiegato quasi due anni di pratica per arrivarci da solo.

Il bagno turco come luogo del pensiero

Restò nella stanza ancora venti minuti. Poi uscì, si sedette nella zona relax con una bottiglietta d'acqua fredda, fissò il soffitto bianco per un tempo che non seppe quantificare. Attorno a lui la normale grammatica del posto continuava: qualcuno entrava, qualcuno usciva, qualcuno scambiava con qualcun altro quella specifica forma di presenza che in questi spazi vale come conversazione.

Non si sentiva escluso. Si sentiva esterno, che è diverso.

Esterno è una posizione che si sceglie. Escluso è una posizione che ti viene assegnata.

Era la prima volta da quando aveva diciassette anni che si trovava in un posto come questo e non sentiva la necessità di dimostrare qualcosa. Non a se stesso, non agli altri. Non alla versione di Tommaso che aveva passato l'estate a capire se fosse davvero qualcosa che gli piaceva o soltanto qualcosa che si era aspettato di dover fare.

Viale dell'Oceano Pacifico, di nuovo

Fuori faceva ancora caldo. Settembre a Roma fa questo scherzo: promette fresco e poi si ricorda che è ancora estate, e il sole che tramonta sull'EUR lo fa tardi e lungo, color arancio bruciato sui palazzi bianchi razionalisti.

Tommaso camminò verso la stazione della metro. Borsa a tracolla, cuffie sulle orecchie ma musica spenta. Solo il rumore dei passi sul marciapiede, i taxi sulla Cristoforo Colombo, qualcuno che camminava in direzione opposta con l'andatura di chi sa dove sta andando.

Non chiamò nessuno. Non aprì nessuna app. Non cercò la versione B della serata.

Comprò un gelato artigianale vicino alla metro e lo mangiò aspettando il treno su una panchina di marmo bianco, schiena contro il muretto caldo della stazione. Era sabato sera. Era solo. Non era solitario.

Pensò che forse era questa la ricompensa che arriva quando smetti di cercare di guadagnartela: non un trofeo, non un momento cinematografico. Solo la sensazione di essere esattamente dove sei, con esattamente quello che sei, senza la necessità di aggiungere niente.

Tommaso Ferretti, ventisei anni, dottorando in fisica teorica, aveva imparato qualcosa quella sera che nessun paper scientifico aveva mai saputo descrivere: la differenza tra una variabile indipendente e una variabile controllata.

Lui era entrambe le cose. A seconda del momento. A seconda di quello che voleva.

Il treno arrivò puntuale. Lui salì. Le porte si chiusero. Roma sparì fuori dal finestrino, pezzo dopo pezzo, finché non rimase solo il buio della galleria e il suo riflesso sul vetro, fermo, che lo guardava indietro.