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Racconti gay studenti: Riccardo e l'aula che cambia tutto

Racconti gay studenti: Riccardo e l’aula che cambia tutto

| Coming out

Riccardo arriva all’università con dieci minuti di anticipo, cosa che non fa praticamente mai. È il primo giorno di lezione del quarto anno al Politecnico di Milano, settembre, e nei racconti gay studenti come lui c’è sempre una soglia che si attraversa senza saperlo. Riccardo, 23 anni, ingegneria gestionale, lo sa bene: le soglie arrivano senza preavviso. Quella estate a Bari con Simone, per esempio, era stata una soglia. Quella mattina non lo è ancora, o almeno non lo sa ancora.

Il Polimi al primo giorno di settembre

L’aula magna del Politecnico ha quelle sedie in legno che scricchiolano se ti muovi, e Riccardo si muove spesso. È fatto così: non riesce a stare fermo quando pensa. Sceglie un posto nella terza fila, a metà, vicino al corridoio di centro. La regola non scritta di chi frequenta: né troppo in avanti da sembrare volenteroso, né troppo indietro da risultare disinteressato.

La fila si riempie

La fila si riempie piano. Arrivano ragazze con zaini enormi, un gruppo di quattro che si conosce già e ride di qualcosa di privato, un tipo con le cuffie che non toglie nemmeno quando il professore entra. Riccardo apre il quaderno su una pagina bianca, scrive la data in cima: 3 settembre 2026, e aspetta.

Il professore di Sistemi organizzativi inizia con una diapositiva sulla complessità delle organizzazioni moderne. Riccardo copia, non perché sia necessario, ma perché scrivere lo tiene qui, presente, al Politecnico di Milano, quarto anno, invece che da qualche altra parte. L’estate era stata lunga. Aveva lasciato qualcosa lì, in quella lunghezza, e ancora non sapeva bene cosa.

Pensa a Mattia, il coinquilino, e a quella distanza silenziosa che si è aperta tra loro negli ultimi mesi senza che nessuno dei due abbia trovato le parole per nominarla. Pensa a Diego, il personal trainer della palestra sotto casa, e al modo in cui aveva smesso di andarci a luglio senza una ragione precisa. Pensa all’anno scorso con Nicolò, a tutto quello che aveva capito di sé in quella cucina condivisa, come racconta ancora a se stesso nei momenti in cui ha bisogno di appoggiarsi a qualcosa di certo. Poi smette di pensare, perché è la seconda diapositiva e il professore sta spiegando qualcosa che potrebbe essere utile.

L’uomo dalla maglietta grigia

È durante la seconda diapositiva che Filippo entra.

Non bussa, non scusa, non cerca l’attenzione di nessuno: attraversa la porta laterale con la naturalezza di chi è arrivato solo tre minuti in ritardo, non tre anni. Ventidue anni, ingegneria elettronica, capisce Riccardo dopo, molto dopo. Quella mattina vede solo la maglietta grigia, le spalle larghe, lo zaino portato su una spalla sola, e quegli occhi chiari che si muovono nell’aula cercando un posto libero con quella calma di chi non ha fretta di trovarlo ma lo troverà lo stesso.

Lo sguardo che non si spiega

Gli occhi di Filippo si fermano un momento sulla fila di Riccardo. C’è il posto libero accanto a lui, e Filippo lo vede, e si muove verso di lui con la calma di chi non si chiede se è il caso.

«Posso sedermi qui?»

Riccardo annuisce. Una parola sola avrebbe bastato, ma non la dice: annuisce, e si sposta leggermente verso destra per fare spazio, anche se spazio ce n’è già.

Filippo si siede. Appoggia lo zaino sul pavimento, tira fuori un blocco a righe, una penna blu. Scrive la data nello stesso angolo in cui la scrive Riccardo, e per qualche motivo questo dettaglio stupido si fissa nella testa di Riccardo come un amo. Non sa ancora cosa stia pescando.

Come si prende il caffè a ingegneria

La pausa arriva dopo un’ora e mezza. Il professore dice dieci minuti, cosa che al Politecnico significa venti, e la gente si alza con quella fretta specifica di chi sa esattamente dove sta andando. Riccardo sta raccogliendo i fogli quando sente la voce accanto a lui.

«Caffè?»

Non è una domanda retorica. Filippo è già in piedi, lo zaino su una spalla, e aspetta la risposta.

«Sì», dice Riccardo. «Sì, certo.»

Al bar sotto il portico di via Ponzio

Al bar sotto il portico di via Ponzio c’è la coda solita, quella mista di studenti e ricercatori che si riconosce dallo zaino tecnico e dall’aria di chi ha già risolto tre problemi prima delle nove. Si mettono in fila, uno accanto all’altro, e Filippo spiega che viene da Padova, che ha fatto il trasferimento a luglio, che ancora non conosce nessuno. Lo dice senza che sembri una confessione o una lamentela: lo dice come si dà il meteo, come un dato di fatto da cui si parte.

«E tu?», chiede.

«Milano. Da sempre. Ingegneria gestionale.»

«Allora conosci tutto.»

«Quasi niente», dice Riccardo, e intende anche altro, ma non lo dice.

Bevono il caffè in piedi, con i gomiti sul bancone. Filippo ha un modo di ascoltare che non è comune: non riempie il silenzio con parole inutili, non guarda il telefono mentre Riccardo parla. Guarda Riccardo, e basta, con quegli occhi chiari che non sembrano valutare ma solo vedere. Riccardo, che negli anni ha imparato a non fidarsi degli sguardi troppo diretti, quella mattina non riesce a difendersi.

La campana per la ripresa suona troppo presto.

Tre ore in biblioteca con qualcuno che non esiste

Il pomeriggio è un’invenzione.

Filippo, durante la lezione di Sistemi, si volta e chiede a bassa voce se Riccardo ha già scelto il gruppo di studio per il progetto semestrale. Riccardo non lo ha ancora scelto. «Io nemmeno», dice Filippo. «Possiamo farlo insieme, se vuoi.»

«Sì», dice Riccardo. «Voglio.»

Il tavolo in fondo alla Biblioteca centrale

Alla Biblioteca centrale di Ingegneria trovano un tavolo in fondo, vicino alla finestra che dà sul cortile interno. Sono le quattro del pomeriggio, la luce è già meno forte, e ci sono altri studenti ma nessuno che li conosca. Aprono i libri. Lavorano, davvero: Filippo ha la capacità di concentrarsi per lunghi tratti senza perdere il filo, la testa bassa sui fogli, la penna che scorre veloce.

Riccardo lavora, o finge di lavorare. In realtà guarda Filippo di nascosto più spesso di quanto si aspettasse. La curva della nuca. Le mani che tengono la penna in un modo leggermente storto, come se da piccolo avesse imparato a scrivere su una superficie inclinata. Il modo in cui si ferma a pensare: non guarda il soffitto, come fanno in molti, ma abbassa gli occhi sul tavolo e li tiene fermi, come se la risposta fosse incisa nel legno.

Riccardo conosce quella sensazione di costruzione lenta, di qualcosa che si deposita piano. La riconosce. La aveva già incontrata con il coinquilino Nicolò, l’anno prima, in quell’appartamento di via Caloria che ora gli sembra lontanissimo, come raccontato in racconti gay university: il coinquilino fuori sede. Eppure ogni volta la sorpresa è la stessa: non ti abitui mai all’inizio di qualcosa.

Quello che non si dice

Alle sei Filippo chiude il libro e dice che deve tornare a casa, che abita ancora in un appartamento temporaneo vicino alla stazione Centrale, che sta cercando qualcosa di meglio nel quartiere.

«Se hai bisogno di cercare, fammi sapere», dice Riccardo, e non capisce neanche lui perché lo dice.

«Lo faccio», dice Filippo. Si scambiano i numeri. Filippo digita il suo nome nel telefono di Riccardo: Filippo P., come se ci potessero essere altri Filippo da mettere in lista, come se esistesse davvero un rischio di confusione. Riccardo non glielo fa notare.

«Ci vediamo domani?»

«Ci vediamo domani», conferma Filippo. Ha un sorriso che è più largo dal lato sinistro, e questo Riccardo lo nota adesso, per la prima volta, alle sei di sera, quando è già troppo tardi per non averlo notato.

Sul metrò linea gialla

Riccardo prende la metropolitana linea gialla alla fermata di Lambrate. C’è poca gente a quest’ora, i posti a sedere sono quasi tutti liberi. Si siede vicino al finestrino e guarda la città che scorre: i palazzi, le insegne, il cielo di settembre che si scurisce lentamente verso est.

Il ragazzo della mattina

Pensa a Filippo.

Non è la prima volta che pensa a qualcuno così, con quella qualità di pensiero che non è razionale, che non risponde alle domande che gli si fanno. Pensa agli occhi chiari, alle mani che tengono la penna storta, al sorriso più largo dal lato sinistro. Pensa a come si è sentito al bancone del bar, con il caffè in mano, e a come non si è difeso.

Ricorda quella sera in Puglia, la festa alla masseria, quando per la prima volta aveva capito davvero qualcosa di sé con Simone. Tutto quello che è venuto dopo da quella notte. Come racconta ancora quell’estate a se stesso: la storia di racconti gay coming out a Bari che aveva segnato qualcosa di definitivo nel modo in cui si vedeva. Non un punto di arrivo, ma un punto da cui ripartire.

Quello che arriverà

Non sa ancora cosa sia questo con Filippo. Sa che è qualcosa: ha imparato a riconoscere la differenza tra l’indifferenza e questo, tra il vuoto e qualcosa che ha un peso specifico. Ha passato anni a imparare quella differenza, un passo alla volta, spesso senza accorgersene.

Domani ci sono le lezioni alle nove. Filippo sarà lì. Forse si siederà di nuovo accanto a lui, forse no. Forse il gruppo di studio durerà un semestre o forse si scioglierà prima della seconda settimana, come tutti i gruppi di studio che si formano il primo giorno. Forse niente di quello che sta immaginando prenderà la forma che immagina.

Riccardo non sa niente di quello che arriverà. Sa solo che domani mattina si alzerà un quarto d’ora prima del solito.

E questa, per adesso, è l’unica risposta che ha.