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Gay weekend romantico a Sitges: Lorenzo e Andrea sul lungomare catalano

Gay weekend romantico a Sitges con Lorenzo e Andrea

| Amicizie che evolvono

Sitges. Lorenzo aveva scritto il nome sul block notes tre settimane prima, durante il ritorno in volo dall'Egeo, quando ancora sentiva sulle spalle l'abbronzatura della crociera greca. Andrea dormiva accanto a lui sul sedile dell'Alitalia, la testa pesante contro il finestrino, e lui aveva pensato che forse il segreto di una coppia che funziona è saper scegliere la prossima meta prima ancora di atterrare dalla precedente. Un gay weekend romantico, questa volta. Solo loro due, senza gruppi né tour operator né cabine condivise.

Erano partiti da Milano un venerdì mattina con il volo delle 7:25 per Barcellona, poi treno fino a Sitges: quaranta minuti sulla linea R2 da Sants, finestrino aperto, vento di Catalogna. Andrea aveva portato solo uno zaino, come faceva sempre nei viaggi brevi: diceva che le valigie inducono pigrizia. Lorenzo, abituato ai lunghi reportage con tutto l'equipaggiamento fotografico, aveva ceduto a metà: uno trolley piccolo, niente computer, niente taccuino professionale. Solo il telefono per le foto, e anche quello con un accordo tacito di non aprire le mail.

Atto I — La luce di luglio

L'hotel era un palazzo Liberty di fine Ottocento sul Passeig Marítim, tre stelle trasformate in qualcosa di più caldo dalla gestione familiare che aveva rimesso mano agli interni senza toccare i soffitti a cassettoni. La stanza dava sul mare. Dal balcone si vedeva la Platja de la Ribera, la spiaggia principale, già popolata alle undici di mattina di corpi abbronzati e ombrelloni color arancione.

«Non ci siamo mai stati insieme», disse Andrea, appoggiato alla ringhiera del balcone con una tazza di caffè che aveva chiesto alla reception appena arrivati.

«A Sitges o con la valigia piccola?»

«Entrambe le cose.»

Ridevano facilmente in viaggio, più che a casa. Lorenzo lo aveva notato dalla Grecia, e adesso, con la luce di luglio che entrava di sbieco dalla persiana socchiusa, pensò che forse il viaggio era il formato naturale di Andrea: un uomo che si espandeva lontano dal reparto di cardiologia, dalla guardia, dalle notifiche del telefono ospedaliero. Trentadue anni, ex nuotatore agonistico, ancora con quelle spalle larghe che non smettevano di raccontare la vasca anche quando era passata quasi un decennio dall'ultima gara.

Atto II — Carrer del Pecat

Sitges è piccola: trentamila abitanti, venti minuti per attraversarla a piedi. La parte gay della città si concentra attorno al Carrer del Pecat, la strada del peccato, e al dedalo di vicoli dietro la chiesa di Sant Bartomeu i Santa Tecla che la sovrasta sul promontorio. Nel pomeriggio, dopo il bagno alla Platja de la Barra, il piccolo specchio d'acqua nudista nascosto dagli scogli oltre il porto, erano finiti per caso in uno di quei bar stretti dove il barista conosce il nome di metà dei clienti e l'altra metà arriva per la prima volta e si sente comunque a casa.

Andrea aveva ordinato due cerveza de grifo. Lorenzo stava scrivendo appunti sul telefono, vecchia abitudine da giornalista, quando Andrea gli aveva preso il polso con delicatezza.

«Non è una storia.»

«Lo so.»

«Allora smetti.»

Lo aveva detto senza durezza, con la stessa voce con cui spiegava ai pazienti che certi esami non servivano a niente. Lorenzo aveva posato il telefono sul bancone e aveva guardato Andrea: la pelle ancora salmastra del mare, la cicatrice sottile sul sopracciglio sinistro, l'eredità di una caduta in piscina a vent'anni. In un anno e mezzo che stavano insieme aveva imparato a leggere il silenzio di quell'uomo meglio di qualsiasi reportage.

Erano usciti che il sole stava calando sul mare, arancione e preciso. Avevano camminato fino alla punta del molo, dove i ragazzi con i pattini si inseguivano e i turisti fotografavano l'orizzonte. Andrea aveva detto qualcosa sulla pressione sismica del Mediterraneo, una delle sue divagazioni scientifiche fuori contesto che Lorenzo aveva imparato ad amare. Poi aveva aggiunto, quasi di passaggio, come si dicono le cose che contano davvero: «Sono contento che siamo venuti qui.»

Lorenzo non aveva risposto. Aveva interlacciato le dita con le sue e avevano continuato a camminare.

Atto III — Stanza 14

Erano rientrati dopo cena, un pesce alla griglia mangiato all'El Vivero con i piedi quasi sulla sabbia, vino bianco della Penedès, nessuna fretta. La notte era calda nella maniera propria di luglio in Catalogna, un caldo umido che non pesa ma avvolge, che alleggerisce i corpi invece di opprimerli.

In stanza, Andrea aveva aperto la finestra sul balcone e lasciato entrare il rumore lontano della spiaggia. Lorenzo si era tolto la maglietta appena entrato, abitudine da caldo, e aveva sentito le mani di Andrea sul petto prima ancora di voltarsi. Le mani di un medico hanno qualcosa di preciso anche quando non sono al lavoro, un modo di appoggiarsi che è allo stesso tempo clinico e totalmente no, come se il corpo dell'altro fosse un territorio conosciuto e ancora da esplorare.

Si erano baciati in piedi accanto alla finestra. Lorenzo era quasi quanto Andrea in altezza, qualche centimetro di differenza che si colmava facilmente. Sentiva la pelle calda di Andrea sotto le dita, le spalle larghe di chi ha nuotato per dieci anni a livello agonistico, i muscoli dorsali che ancora mantenevano quella forma anche se la vasca era solo un ricordo del passato.

Si erano spostati verso il letto con la lentezza propria delle sere in viaggio, senza l'urgenza dei rientri serali a Milano. Andrea lo aveva fatto sedere sul bordo del materasso e si era inginocchiato davanti a lui per togliergli le scarpe, un gesto banale che Lorenzo trovava ogni volta stranamente commovente. Poi i pantaloni, le mani che scorrevano lungo le cosce con una precisione che non aveva niente di meccanico.

Lorenzo aveva tirato Andrea su, lo aveva sdraiato accanto a lui. Il soffitto a cassettoni catturava le ombre del ventilatore. Si erano spogliati del resto senza urgenza, con la confidenza di chi conosce i percorsi ma non li trova mai scontati.

L'approccio era stato lento: bocca sul collo, poi sul petto, Andrea che tracciava il profilo dello sterno di Lorenzo con un dito solo come se stesse misurando qualcosa. Lorenzo aveva chiuso gli occhi e lasciato che le mani di Andrea trovassero la rotta da sole, quella rotta che in un anno e mezzo si era fatta precisa e capace di sorprendere insieme.

I preliminari si erano allungati con la volontà di entrambi, nessuna fretta, la finestra aperta e il rumore del mare che entrava a intervalli. Lorenzo aveva esplorato il corpo di Andrea con la stessa cura: le spalle, le braccia ancora muscolate, l'addome piatto di chi non ha smesso di allenarsi anche se le gare erano finite. Andrea aveva una sensibilità sulla nuca che Lorenzo conosceva bene: bastava un respiro abbastanza vicino, e il corpo dell'altro rispondeva con una tensione visibile.

L'atto principale era arrivato nel modo in cui arrivano le cose che non si forzano: una domanda silenziosa e una risposta altrettanto silenziosa, il tempo di prendere quello che serviva dal trolley piccolo di Lorenzo, che evidentemente non era così essenziale come dichiarava. Andrea era stato nel suo stile anche in questo: metodico, attento, il tipo che non trascura i dettagli. Lorenzo aveva le mani sul cuscino e guardava le luci della strada che filtravano dal balcone, sentiva il peso familiare di Andrea, la voce bassa nell'orecchio, le parole spezzate che non avevano bisogno di traduzione.

Il climax era arrivato per entrambi con la qualità propria di quella sera, lenta e piena, senza performance e senza distanza. Dopo, erano rimasti sdraiati con il ventilatore che girava e il rumore del mare che continuava per conto suo, indifferente e preciso.

«Sitges ha funzionato», disse Andrea dopo qualche minuto.

Lorenzo rise nel buio. «Abbiamo funzionato noi.»

Atto IV — Domenica mattina

La domenica era iniziata tardi, colazione portata in stanza su richiesta speciale della gestione familiare dell'hotel, pane con olio e pomodoro sulla pietra come si usa in Catalogna, caffè doppio per Andrea. Lorenzo aveva fotografato il tagliere di frutta senza aprire le mail, mantenendo il patto.

Erano usciti che erano già le undici. Avevano percorso il lungomare verso nord, dove i bar si diradano e la spiaggia si allarga, e si erano seduti su uno degli scogli bassi oltre la Platja dels Balmins. Il mare aveva il colore specifico di luglio, blu cobalto con sfumature verdi vicino agli scogli.

Andrea aveva parlato di un convegno a settembre a Barcellona, aveva chiesto se Lorenzo poteva accompagnarlo qualche giorno. Lorenzo aveva già calcolato mentalmente il calendario: un pezzo per una rivista di settore, qualche giorno libero, la città che conosceva poco. «Probabilmente sì», aveva detto, che per lui equivaleva a un impegno.

Avevano mangiato tapas al Maricel, un locale sul lungomare che non cercava i turisti ma non li scacciava, e avevano parlato di cose piccole: un film da vedere, un problema con il landlord dell'appartamento di Milano, la sorella di Lorenzo che stava pensando di trasferirsi a Torino. Le cose di una coppia che funziona, quelle che sembrano irrilevanti e invece sono il tessuto.

Nel pomeriggio erano tornati alla Platja de la Barra per un'ultima ora di sole. Lorenzo aveva pensato alla Grecia, alla crociera nell'Egeo che aveva messo le basi di qualcosa, e a come ogni viaggio con Andrea aggiungeva uno strato a qualcosa che non riusciva ancora a nominare con precisione. Forse non era necessario nominarlo.

Atto V — Il ritorno

Il treno delle 18:42 per Barcellona Sants era puntuale. Andrea dormì per metà del percorso, la testa sul finestrino come nell'aereo di ritorno dalla Grecia. Lorenzo non scrisse nulla.

Prima di Sitges erano stati a Mykonos, un'altra estate, un'altra versione di loro stessi ancora in rodaggio. Adesso c'era una continuità diversa, qualcosa che si era consolidato attraverso i viaggi come certi materiali attraverso il calore.

Il volo da Barcellona era alle 21:10. Lorenzo guardò fuori dal finestrino del treno mentre la campagna catalana scivolava via, le vigne del Penedès ordinate sotto il sole del tardo pomeriggio. Non aveva bisogno di appunti. Questa storia la ricordava già.