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Crociera gay Egeo: Lorenzo e Andrea tra le isole greche

| Amicizie che evolvono

La prima cosa che noti su una crociera gay nel Mediterraneo di dimensione umana, ottanta cabine, atmosfera da dinner table piuttosto che da buffet industriale, è che tutti osservano tutti. I passeggeri singoli, che sono la metà abbondante a bordo, ti cercano con lo sguardo prima ancora del cocktail di benvenuto al Pireo. Non per invadere, non per chiedere niente. Per capire come funzionate. Come coppia, intendo: cosa fate quando il tramonto cade su Santorini e non avete nessun filtro Instagram con cui nascondervi. Lorenzo lo aveva intuito già all'imbarco. Io ho impiegato fino a Naxos.

Il Pireo alle cinque di mattina

Siamo partiti in anticipo sul gruppo. Lorenzo aveva prenotato i biglietti dell'aereo tre settimane prima, convinto che Atene meritasse almeno quarantotto ore prima dell'imbarco. Aveva ragione. Avevamo visto l'Acropoli all'alba, dormito in un hotel a Monastiraki con le finestre su un vicolo che odorava di gelsomino e benzina, mangiato souvlaki alle undici di sera su una panchina del Syntagma. Il giorno dell'imbarco eravamo già riposati e con quella leggerezza che si ha quando non si ha ancora fatto niente di sbagliato.

Non era la prima volta su una nave con quella rotta. L'esperienza della crociera nel Mediterraneo dell'anno scorso ci aveva insegnato cosa portare e cosa lasciare a casa: i sandali con la suola sdrucciolevole, le aspettative sui tramonti, e l'idea che una nave boutique piccola significhi anonimato. Sulle barche piccole l'anonimato non esiste. Lo sai già al momento del check-in, quando il direttore di crociera ti chiede il nome e lo ricorda per tutto il viaggio.

La Aegean Pearl aveva tre ponti, un ristorante unico con posti a sedere fissi, e centocinquantadue passeggeri. Una quarantina erano coppie. Il resto: singoli tra i ventisei e i quarantacinque anni, alcuni con amici, la maggior parte da soli. Il direttore di crociera, un irlandese con la barba rossa e un'efficienza silenziosa che sembrava militare, ci aveva assegnato la cabina 24, secondo ponte, oblò lato mare aperto. Ottanta cabine, centocinquanta persone: abbastanza per sentirsi liberi, troppo pochi per sparire.

L'effetto specchio

Il tavolo da sei

La cena della prima sera ci aveva messo a sedere con quattro passeggeri singoli: Marco, 34 anni, avvocato romano, mani grandi e un modo di gesticolare che riempiva lo spazio attorno a lui. Alexei, 28 anni, ucraino di Berlino, occhi chiari e una risata che arrivava sempre prima della battuta. Chiara, 31 anni, di Torino, capelli cortissimi e un'ironia secca che usava per tenere le persone a distanza giusta. Julien, francese di Lione, quarant'anni, ex nuotatore agonistico, che aveva notato la cicatrice sul ginocchio di Andrea prima ancora di chiederci i nomi.

«Tu hai nuotato?» aveva chiesto Julien, indicando il segno della meniscectomia con lo stesso tono di un medico che fa diagnosi.

«Fino a vent'anni. Poi l'università.»

«Anch'io. Mondiali under-18, 2003. E adesso guardatemi.»

Aveva passato venti minuti a raccontargli delle vasche, degli allenamenti alle sei di mattina, di come il corpo non dimentichi mai certi movimenti. Lorenzo li aveva seguiti in silenzio, con quella concentrazione da giornalista che registra senza fare domande.

Cosa volevano davvero

Verso la terza sera, la cosa aveva preso forma. I singoli gravitavano intorno al nostro tavolo con una regolarità che non era casuale. Marco ci cercava al cocktail delle sette per chiederci cosa avevamo visitato nel pomeriggio. Chiara si sedeva accanto a Lorenzo alle colazioni e gli mostrava le fotografie delle escursioni, chiedendo la sua opinione come se contasse. Alexei faceva domande a me su come avevo conosciuto Andrea, su come funzionava vivere insieme da tre anni, se c'era stato un momento in cui avevo voluto scappare.

«E c'è stato?» aveva insistito, con quella curiosità diretta di chi non ha ancora imparato a fare finta di niente.

«Una volta. Durata quarantadue minuti.»

Aveva riso. Poi: «Quarantadue minuti è la durata perfetta per volersi ancora bene.»

Lorenzo aveva un nome per questa dinamica. L'aveva annotata in tre paragrafi sul taccuino turchese che teneva sul comodino. La chiamava effetto specchio: le coppie su una nave piccola diventano la proiezione di quello che i singoli cercano o temono. Non è seduzione. È orientamento.

Il rischio di diventare un'icona

Il problema con l'essere un punto di riferimento è che prima o poi smetti di essere te stesso e diventi una funzione. Lo avevo notato alla fine della terza sera, quando Marco aveva detto, sorridendo, «voi due siete la cosa più bella di questa nave», e io avevo sentito una piccola frattura tra quello che stavamo vivendo e quello che sembravamo.

Eravamo tornati in cabina come avevamo fatto a Mykonos, con quella stessa necessità di toglierci dagli sguardi degli altri e ritrovarci nella versione di noi che non ha pubblico.

Santorini: il tramonto che non aveva filtri

Oia, diciassette e quaranta

Eravamo sul muretto bianco sopra la caldera quando la luce era diventata quella cosa impossibile che si vede nelle fotografie e che dal vivo ha sempre un che di eccessivo, come se qualcuno avesse alzato la saturazione del mondo. Lorenzo aveva la mano sul mio ginocchio. Chiara, a tre metri, scattava fotografie con una velocità che sembrava ansia.

«Siete felici?» aveva chiesto, senza alzare lo sguardo dal telefono.

«Abbastanza sì», aveva risposto Lorenzo. «E tu?»

Chiara aveva sorriso senza rispondere. Poi aveva messo via il telefono e aveva guardato il sole scendere fino a quando non era rimasto più niente da guardare. Avevamo fatto lo stesso. Nessuno dei tre aveva detto niente per quasi dieci minuti, e quello era stato forse il momento più vero di tutto il viaggio.

Quella sera avevamo saltato la cena comune. Non per stanchezza.

La cabina numero 24

Andrea

La cabina era stretta nel modo giusto: letto matrimoniale con coperte bianche che odoravano di bucato, un lieve rollio della nave che si sentiva soltanto se stavi fermo, l'oblò tondo che lasciava entrare il cielo scuro sopra il mare nero. Andrea si era spogliato con quella lentezza che ha quando non ha fretta. La camicia bianca prima, abbottonata fino al secondo dal basso. I pantaloni. Le spalle ancora abbronzate dalla prima settimana, una linea più chiara dove la maglietta aveva protetto il collo, le braccia dell'ex nuotatore che non perdono mai del tutto la forma neanche dopo anni di vita da cardiologo sedentario.

«Sei stanco?» aveva chiesto senza guardarmi, aprendo il cassetto del comodino.

«No.»

Aveva sorriso di schiena. Poi si era girato.

Come ci conosciamo

L'avevo preso per le spalle e fatto sedere sul bordo del letto. Lui aveva portato le mani alla mia cintura con la precisione di chi conosce ogni passaggio a memoria. Ci eravamo baciati prima piano, poi con una pressione che si accumula quando la giornata è stata di quelle in cui senti tutto addosso.

I preliminari erano stati lenti. Il blowjob reciproco con quella calma che si ha quando non c'è nessuno che aspetta fuori dalla porta, il suo respiro che cambiava tono ogni volta che cambiavo pressione, le sue mani nei miei capelli che stringevano senza tirare. Quando lo avevo penetrato, il rollio della nave ci aveva accompagnati senza che nessuno dei due lo avesse pianificato. Avevamo trovato un ritmo che era per metà nostro e per metà della barca, e per un quarto d'ora non avevo pensato a Chiara, a Marco, al tramonto di Oia, a niente che non fosse il calore delle sue spalle sotto le mie mani e la voce di Andrea che diceva tra un respiro e l'altro, piano, come se stesse confermando qualcosa che stava già decidendo da solo.

Andrea aveva un modo di finire che era silenzioso e preciso come tutto il resto di lui. Nessun apice rumoroso, nessuna performance. Soltanto un respiro più lungo degli altri e le dita che si stringevano attorno al mio polso con una pressione che durava qualche secondo in più del necessario. Era quello il momento in cui capivo ancora che ci stavo bene, con lui. Non nella versione pubblica che avevamo recitato tutto il giorno sul ponte, ma in questa: nuda, precisa, privata. La cabina di una nave, l'oblò aperto, il mare che non si vede ma si sente.

Era finita con le dita intrecciate. Nessuno dei due aveva parlato per cinque minuti. Poi Andrea aveva trovato il preservativo usato sul comodino e l'aveva gettato nel cestino con la precisione del medico che gestisce il dopo senza dramma. Poi era tornato sotto le coperte e aveva messo la testa sulla mia spalla.

Naxos, la mattina dopo

Il porto di Naxos ha una luce diversa da quella di Mykonos: meno messa in scena, più diretta. Eravamo scesi dal tender alle nove con Alexei, che aveva dormito male e aveva le occhiaie di chi ha pensato troppo nella notte.

«Ieri sera eravate spariti», aveva detto senza tono accusatorio.

«Avevamo bisogno di noi», aveva risposto Lorenzo, con la stessa naturalezza con cui avrebbe detto avevamo fame.

Alexei aveva annuito lentamente, come se quella frase rispondesse a qualcosa che si era chiesto senza averlo formulato. Poi aveva guardato verso il Portara di Naxos, il marmo bianco dell'antico tempio di Apollo contro il cielo di luglio, e aveva detto: «Andiamo.»

Eravamo andati. Tutti e tre, come compagni di viaggio che non devono spiegarsi niente.

Quella sera Andrea aveva sfogliato il taccuino di Lorenzo e aveva letto la parte sull'effetto specchio. Aveva alzato lo sguardo. «Quindi siamo un punto di riferimento.»

«Sembra di sì.»

«Non mi dispiace», aveva detto, rimettendo il taccuino sul comodino. «Purché siamo ancora noi.»

Eravamo ancora noi. Abbastanza noi da sembrarlo, e abbastanza noi da non averne bisogno.