
Crociera gay nel Mediterraneo: da Trieste a Spalato
Non avevo programmato di trovarmi su una crociera gay nel Mediterraneo. L'aveva programmato la mia azienda, o forse il dipartimento eventi, o chiunque avesse pensato che una nave-conferenza da Trieste a Spalato fosse il formato giusto per un summit internazionale di consulenza strategica. Duecento persone. Due notti. Cabine singole, open bar al tramonto sul Mar Adriatico, sessioni di lavoro ogni mattina. Io mi ero portato dietro tre cravatte, due presentazioni e nessuna aspettativa personale. Poi ho visto chi era imbarcato insieme a me, e ho capito che le prossime quarantotto ore non sarebbero andate esattamente come previsto.
L'imbarco a Trieste
Trieste era fredda per essere luglio. Un vento dal Carso scendeva sulla banchina del Porto Nuovo e agitava le bandiere del terminal crociere mentre il gruppo si raccoglieva per il check-in. La nave si chiamava Adriatic Pearl, diecimila tonnellate di acciaio bianco con quattro ponti e una sala conferenze capace di contenere trecento persone. Non era una nave da crociera nel senso vacanziero della parola. Era un contenitore galleggiante per presentazioni PowerPoint e cocktail di networking, con cabine singole e connessione Wi-Fi business-grade fino in mezzo all'Adriatico.
Federico aveva fatto il check-in online la settimana prima. Aveva la badge con nome e studio, aveva la cabina 347 al terzo ponte, aveva già individuato sul planimetrico digitale l'angolo del bar più lontano dai colleghi di Milano. Era la terza conferenza in formato nave degli ultimi sei anni. Sapeva come sopravviverci: presentarsi ai panel, sorridere nei cocktail, sparire dopo cena con la scusa del fuso orario.
Poi aveva alzato gli occhi dallo schermo dello smartphone e aveva visto Matthieu in fila, tre persone davanti a lui.
Il riconoscimento
Matthieu Leblanc. Trentaquattro anni, senior associate McKinsey ufficio Parigi. Capelli castano scuro tagliati corti, quasi militari. Occhi chiari, tra il grigio e l'azzurro, del tipo che sembrano cambiare colore a seconda dell'illuminazione. Gesticolava mentre parlava con la persona accanto a lui, ma con una precisione strana, come se ogni movimento delle mani fosse parte dell'argomentazione e non un accessorio emozionale.
Si erano visti a Zurigo. Un congresso simile, sei mesi prima. Una cena di gala, troppo vino bianco svizzero, e poi qualcosa che nessuno dei due aveva nominato nelle mail di follow-up sui deliverable condivisi. Una notte dentro a un hotel fuori dalla normale biografia. Federico ci aveva pensato il mattino dopo, e poi aveva deciso di non pensarci più, e aveva smesso abbastanza bene.
Matthieu si voltò nello stesso momento in cui Federico abbassava lo sguardo. Forse lo aveva visto. Forse no.
Federico decise di non saperlo e avanzò nella fila.
La prima sera in mare
La nave salpò da Trieste alle diciotto. Il golfo era piatto, il cielo ancora chiaro di luglio, e sul ponte superiore il catering aveva allestito il cocktail di benvenuto con tartine al salmone e Prosecco in calici di plastica dura. Il tipo di evento che Federico sapeva navigare in pilota automatico: stretta di mano, nome, studio, ruolo, interesse educato per due minuti e poi prossimo.
Si fermò sul bordo del ponte mentre Trieste scompariva in una linea di luci basse sull'orizzonte. Il Castello di Miramare era già un puntino bianco. Il golfo si apriva verso est, verso la costa istriana invisibile nel crepuscolo. C'era qualcosa di vagamente liberatorio nel guardare la terraferma che si allontanava, anche quando la terraferma era la tua vita normale e non avevi intenzione di lasciarla.
Matthieu al tramonto
"Anche tu stai guardando sparire la terraferma?" disse Matthieu in italiano, con quell'accento francese che rendeva le doppie consonanti leggermente sospese.
Federico si girò. Matthieu aveva un calice in mano e un'espressione che non era esattamente professionale.
"È un modo per rimandare il networking," disse Federico.
Matthieu rise piano. "Ho già la cravatta allentata. È professionale quanto voglio essere questa sera."
Parlarono per quaranta minuti appoggiati al corrimano, con il vento dell'Adriatico che portava odore di sale e diesel. Della conferenza, dei rispettivi clienti, di un progetto bancario che avevano entrambi sfiorato da versanti diversi. Di Zurigo non parlarono mai. Ma Zurigo era lì in ogni pausa, in ogni volta che uno dei due guardava l'acqua invece dell'altro.
Federico sapeva già quello che stava succedendo. Lo sapeva nel modo in cui si sa una cosa quando si è abbastanza lucidi da vederla e abbastanza stupidi da andarci lo stesso. La bolla dell'isolamento in mare produceva un effetto specifico sulle persone: abbassava le difese, comprimeva il tempo, rendeva lecite cose che sulla terraferma richiedevano settimane di costruzione. Finita la nave, finita la cosa. Era la regola. Bastava tenere quella regola in testa.
Si ricordava di qualcosa di simile, anni fa, su un'altra rotta del Mediterraneo. Quella volta anche non aveva pianificato niente, e anche quella volta era andata diversamente da come aveva deciso.
Alla prima campana serale, la voce del programma li chiamò in sala per la cena formale. Federico si alzò dal corrimano e seguì il flusso verso l'interno della nave.
La cabina 347
Federico era già in cabina quando bussarono. Aveva tolto la giacca, allentato il nodo, aperto il piccolo oblò sul Mar Adriatico buio. Erano le ventidue passate. La cena era finita con i discorsi del managing director e un dessert al cioccolato che nessuno aveva toccato. Federico aveva scambiato tre biglietti da visita, risposto a due domande sul mercato nordeuropeo, si era congedato prima del secondo giro di digestivi.
Aprì la porta.
Matthieu aveva ancora la cravatta al collo, ma il bottone superiore aperto. Teneva in mano due mini-bottiglie di whisky prese dal minibar della sua cabina, come se questo giustificasse la presenza nel corridoio alle ventidue e un quarto.
"Ho pensato che forse non volevi dormire," disse.
Federico si fece da parte.
Quello che successe dopo
Si sedettero sul letto perché era l'unica superficie orizzontale disponibile nella cabina singola. Le mini-bottiglie finirono in cinque minuti, non per sete. Matthieu parlava ancora di un progetto a Lione, Federico stava già smettendo di ascoltare le parole e iniziava ad ascoltare altro: la frequenza sotto le parole, il modo in cui Matthieu teneva le spalle, il modo in cui non guardava più l'oblò ma lui.
Fu Matthieu a muoversi per primo. A Zurigo era stato Federico. Matthieu posò la mano sull'avambraccio di Federico con quella precisione chirurgica che aveva anche quando gesticolava, e disse qualcosa sottovoce in francese.
"Non parlo francese," disse Federico.
"Lo so," disse Matthieu. E lo baciò.
Il bacio era lento all'inizio, esplorativo, come se stessero entrambi verificando che la memoria corrispondesse alla realtà. Poi smise di essere lento. Federico aveva le mani sulla schiena di Matthieu, Matthieu aveva le dita nei capelli di Federico, e la cravatta di Matthieu finì sul pavimento seguita immediatamente dalla camicia.
Federico ricordava com'era fatto Matthieu, ma il ricordo non reggeva il confronto con averlo davvero davanti. Le spalle strette ma muscolose. Il petto quasi glabro. Una piccola cicatrice sul fianco sinistro che Federico aveva già sfiorato a Zurigo senza chiedere da dove veniva. Si spogliarono senza fretta ma senza perdere tempo. Matthieu era preciso anche in questo, attento, il tipo che non fa niente a caso. Quando scese lungo il collo di Federico con la bocca, era una traiettoria deliberata, non un impulso. Quando lo spinse delicatamente sul letto e si sistemò sopra di lui, il peso era calibrato.
Federico aprì le mani sul lenzuolo e smise di pensare a domani.
Matthieu era silenzioso dove Federico si aspettava rumori, e vocalizzava dove Federico si aspettava silenzio. Lo imparò nei successivi quaranta minuti, in quella cabina che dondolava appena sul moto ondoso dell'Adriatico, con Trieste già lontana e Spalato ancora da venire. Matthieu era metodico nei preliminari, generoso, del tipo che impara come funzioni l'altro e poi ci torna su due volte. Federico si lasciò imparare. Era una concessione che faceva raramente.
Il momento principale arrivò senza negoziazioni. Matthieu era venuto preparato, cosa che Federico notò con un misto di divertimento e riconoscenza. Fu lento, poi non lo fu più. La cabina era piccola, la luce spenta tranne il sottile bagliore dell'oblò sul nero del mare. Federico non vide il soffitto per un po'. Poi lo vide moltissimo.
Il climax arrivò a distanza ravvicinata. Matthieu prima, con un suono basso e gutturale che Federico non aveva bisogno di tradurre. Federico subito dopo, con una mano di Matthieu ancora addosso a tenerlo fermo.
Rimasero fermi qualche minuto. Il respiro si normalizzò. Fuori dall'oblò, il Mar Adriatico era esattamente quello di prima: piatto, buio, indifferente.
Spalato al mattino
Le sessioni del giorno dopo cominciarono alle nove. Federico arrivò in sala conferenze alle nove e tre, con il caffè americano della macchinetta del ponte e la faccia da consulente rimessa a posto. Matthieu era già seduto tre file più avanti, in giacca scura, con la sua presentazione aperta sul laptop. Si scambiarono un cenno del tutto professionale quando Matthieu si girò per caso. La regola teneva.
Finita la nave finita la cosa. Federico se lo ripetè durante la relazione del panel mattutino. Matthieu stava a Parigi. Federico stava tra Milano e Londra, con una vita da consulente senior che funzionava esattamente perché era compartimentata. Le conferenze erano parentesi. Le parentesi si chiudevano.
Il porto di Spalato
La nave attraccò al porto di Spalato alle diciassette e venti. Federico era già sul ponte con il trolley quando la città si avvicinò: quella muraglia di pietra bianca del Palazzo di Diocleziano che scende dritta sull'acqua, le terrazze del lungomare Riva con i tavolini dei bar affacciati verso il mare aperto. Spalato era compatta e dorata nella luce pomeridiana, completamente diversa dall'asprezza nordica che avevano lasciato a Trieste due giorni prima.
Matthieu arrivò accanto a lui mentre il traghetto si agganciava alle bitte.
"Conosci Spalato?" chiese.
"È la prima volta."
"C'è una cosa che devi vedere prima di partire. Il peristilio, dentro le mura del palazzo. Ci vuole venti minuti." Fece una pausa. "Se hai tempo prima del trasferimento."
Federico aveva il bus per l'aeroporto alle diciannove e trenta. Aveva tempo.
"Finita la nave finita la cosa," disse Federico, con la stessa voce neutra che usava nelle call.
Matthieu lo guardò un momento senza rispondere. Poi: "Okay." Poi, dopo un'altra pausa: "Vieni a vedere il palazzo lo stesso."
Dentro al Palazzo di Diocleziano c'è un peristilio di colonne romane che porta a una cattedrale costruita sopra il mausoleo dell'imperatore. Lo visitarono insieme, Matthieu davanti di mezzo passo, Federico dietro, entrambi con i trolley sull'acciottolato medievale. Un tour di venti minuti quasi in silenzio.
All'uscita, in Ulica Dioklecijanova, il bus per l'aeroporto era in attesa in fondo alla strada.
Federico aveva il collegamento per Milano alle ventuno e dieci. Matthieu prendeva il treno notturno per Zagabria.
"Ciao Matthieu."
"Ciao Federico." Una pausa. "La prossima del circuito è a settembre. Madrid."
Federico non rispose. Si avviò verso il bus con il trolley, attraverso la pietra bianca di Spalato scaldata dal sole del tardo pomeriggio. Non era un rifiuto. Non era un sì. Era solo lui, con quarantotto ore di memoria ancora nelle mani, che camminava verso il check-in.





