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Gay yacht charter Sardegna Federico

Gay yacht charter in Sardegna: due notti con l'equipaggio

Non avevo mai visto un gay yacht charter da dentro. Avevo venduto contratti di consulenza su yacht più grandi di questo, ma sempre dalla riva, sempre con la valigetta e il badge. Imbarcarsi con Lucio è stata una decisione professionale fino all'alba del primo giorno, poi è diventata qualcos'altro. Lo yacht faceva ventidue metri, quattro uomini di equipaggio, due notti tra Porto Cervo e La Maddalena. Il Mediterraneo di luglio è una cosa seria: luce bianca, mare piatto, e il senso preciso che tutto ciò che fai a bordo appartiene a un altro codice di comportamento.

L'imbarco a Porto Cervo

Lucio aveva prenotato via un broker di Olbia, quattro giorni prima. Non era il tipo da pianificare in anticipo, ma per lo yacht faceva eccezione. Lo aspettavo sul pontile del Marina di Porto Cervo con la giacca ripiegata sul braccio e il laptop nella borsa, perché non avevo capito bene il confine tra viaggio di lavoro e vacanza. Lui era arrivato in maglietta di lino bianco, abronzato da qualcosa che non era questo sole, con una bottiglia di Vermentino già aperta in mano.

«Mettiti comodo» aveva detto, come se farlo fosse ovvio.

Lo yacht si chiamava Libeccio. Il capitano, un francese di Marsiglia sui cinquantadue anni, aveva fatto le presentazioni a bordo con la velocità di chi le ha fatte mille volte: il motorista, il cuoco, il marinaio di coperta. Karim. Ventotto anni, marocchino con base a Marsiglia come il capitano. Mani da uomo di mare, dita lunghe e callose, pelle scura con una sfumatura ramata che il sole di luglio stava completando. Una cicatrice sottile all'arcata sopraccigliare destra, vecchia, probabilmente infantile. Ci aveva stretto la mano senza sorridere, che non era freddezza, era precisione: quel tipo di persona che sorride quando ha un motivo.

Lucio aveva parlato di numeri tutto il pomeriggio. Io avevo ascoltato e guardato il mare aprirsi intorno a noi mentre il Libeccio lasciava Porto Cervo verso ovest, e avevo tenuto d'occhio Karim che portava drinks e ritirava bicchieri con i movimenti silenziosi di chi sa come occupare lo spazio senza ingombrarlo.

Prima notte: navigazione verso La Maddalena

Mangiammo sottocoperta. Il cuoco aveva preparato ricciola in crosta di sale con patate novelle, e Lucio aveva aperto un Carignano del Sulcis che giustificava ogni cosa. Alle undici il capitano aveva comunicato via radio la posizione di ancoraggio per la notte, tra Caprera e la punta nord di La Maddalena, acque protette, zero rollio.

Lucio si era ritirato presto nel suo letto. Il cliente che dorme bene è il cliente che signa il contratto il giorno dopo: lo avevo imparato anni prima, a Londra, da un socio senior che non sbagliava quasi mai. Io non riuscivo a dormire. La cabina era climatizzata e buia, tre metri per due, con un oblò che lasciava entrare la luce delle stelle. Mi ero vestito e ero salito sul ponte.

Il Libeccio era fermo. Il Mediterraneo di mezzanotte in luglio fa questo: ti dà la sensazione che il tempo si sia fermato con lui, che qualunque cosa accada a bordo appartiene solo a quella bolla. Le luci di La Maddalena erano a meno di un miglio, a occhio, un riflesso rosa sull'acqua nera. Mi ero seduto sulle sedute di prua con la schiena contro il boma.

Karim era salito cinque minuti dopo.

Aveva un bicchiere d'acqua in mano, come se fosse venuto per quello. Lo aveva posato sul coperchio del winch più vicino, poi si era seduto a un metro da me, sulla murata di destra, senza dire niente. Nel buio, la cicatrice all'arcata era invisibile. Quello che restava erano gli occhi, leggermente chiari per il suo viso scuro, e il modo in cui guardava l'acqua come se non mi stesse guardando.

«Non dormi» aveva detto, alla fine. Non era una domanda.

«No.»

«Neanche io.»

La discrezione del lusso

Ecco la cosa che non avevo capito prima di quella notte: il lusso non abbassa le difese, le rende più sofisticate. A terra, in un bar qualunque, bastano due birre e un pretesto. Qui c'era Lucio che dormiva a tre metri sotto, c'era un contratto da diciassette milioni che aveva bisogno di un lunedì mattina tranquillo, c'erano quattro uomini di equipaggio di cui uno era davanti a me. La discrezione non era un limite, era il gioco.

Karim aveva spostato il bicchiere d'acqua e si era avvicinato di un posto. Il Libeccio era fermo nell'acqua ferma e l'unico rumore era il cavo di ancoraggio che ogni tanto scricchiolava contro la bitta.

Lo avevo lasciato avvicinarsi. Non avevo detto niente e non aveva detto niente lui. Le sue mani, quelle mani da marinaio che avevo notato all'imbarco, erano lente e precise anche in questo, come nei gesti di servizio: sapeva esattamente dove stava andando e non aveva fretta di arrivarci.

Si era avvicinato fino a toccarsi le spalle, poi aveva messo una mano sul mio fianco, sopra la maglietta, senza stringere. Una domanda fisica, silenziosa. Avevo girato la testa verso di lui. Nel buio, da vicino, la bocca era leggermente aperta.

L'avevo baciato io per primo.

Sul ponte del Libeccio

Il bacio era lento, del tipo che non ha urgenza perché sa che ha tempo, e Karim rispondeva con la stessa misura. Aveva spostato la mano dal fianco alla nuca, dita nei capelli, e avevo sentito la callosità del palmo contro la pelle. Mi aveva fatto scendere la maglietta dalle spalle con un movimento solo, poi aveva messo la bocca sul collo, sotto l'orecchio, e aveva tenuto le labbra ferme lì per un momento.

Ci eravamo seduti sul coperchio del winch, l'uno davanti all'altro, con Le Maddalena che brillava a distanza di sicurezza. Lui aveva una maglietta dell'equipaggio, quella grigia con il nome dello yacht sul petto, e io l'avevo tirata su lentamente mentre lui sollevava le braccia per farmelo fare. Il petto abbronzato, i peli scuri e radi, i muscoli che si muovevano quando respirava. Aveva una leggera cicatrice anche al fianco sinistro, orizzontale, diversa da quella all'arcata.

«Silenzio» aveva detto solo, non come ordine, come premessa.

Avevo capito. Lo aveva capito anche il mio corpo.

Ci eravamo spostati sotto il boma, sul cuscino di prua, e lì dentro le regole del lusso e della discrezione si erano fatte più stringenti e più eccitanti nello stesso momento. Ogni gesto era misurato. Lui mi aveva preso per i fianchi e io avevo messo le mani sulle sue spalle, e ci eravamo mossi con la lentezza di chi non vuole fare rumore e non vuole finire in fretta. Karim era un amante preciso come era un marinaio preciso: sapeva dove mettere le mani, sapeva quanto spingere, sapeva quando fermarsi un momento e guardarti negli occhi nel buio per verificare che stessi ancora lì con lui.

Il Mediterraneo era immobile. Lucio dormiva tre metri sotto. Il capitano era in cabina di pilotaggio, probabilmente addormentato anche lui. Noi due eravamo sul ponte di un yacht da charter tra Porto Cervo e La Maddalena alle due di notte, in silenzio assoluto, e la discrezione obbligata dalla situazione rendeva tutto più denso, più presente, come se ogni secondo avesse più peso degli altri.

Quando aveva finito, si era appoggiato alla murata con gli occhi chiusi per qualche secondo. Poi aveva aperto gli occhi, aveva trovato la mia faccia nel buio, e aveva annuito una volta sola, come a confermare qualcosa che non aveva bisogno di parole.

L'alba verso La Maddalena

Era sceso sottocoperta prima delle tre. Io ero rimasto sul ponte fino alle quattro, quando il cielo a est aveva cominciato a schiarirsi di un azzurro che non è ancora giorno ma non è più notte.

La mattina, Karim aveva servito la colazione sul ponte come se non fosse successo niente, perché non era successo niente che riguardasse la rotta del Libeccio o il contratto di Lucio o le previsioni meteo per il rientro a Porto Cervo. Aveva posato il caffè davanti a me con la stessa precisione di sempre, e aveva tenuto gli occhi sul vassoio.

Solo una volta, mentre ritirava i bicchieri, i suoi occhi si erano fermati un momento sui miei. Niente sorriso, niente segno speciale, solo uno sguardo che durava un secondo in più del necessario. Abbastanza.

Lucio aveva firmato il contratto a La Maddalena, seduto a un tavolino del porto vecchio con un caffè macchiato in mano. Io avevo tenuto la penna ferma e avevo pensato che certe notti di viaggio non si pianificano, neanche quando tutto il resto è pianificato al millimetro.

Il Libeccio aveva lasciato La Maddalena alle quattro del pomeriggio. Karim era a prua a issare la randa. Il sole batteva forte. Io avevo messo gli occhiali e avevo guardato il mare che si apriva davanti a noi.