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Federico su una crociera gay nel Mediterraneo

Crociera gay nel Mediterraneo: cosa non avevo pianificato

I racconti di crociera gay si aspettano spiagge, feste al bordo piscina, aperitivi con musica reggaeton alle sette di sera. Io ero lì per quattro conference call, tre presentazioni da revisionare e un cliente a Barcellona che non riesce mai a fissare un orario che funzioni per tutti. La nave era uno strumento di spostamento, null'altro: Genova-Barcellona-Marsiglia-Civitavecchia, cinque giorni di agenda piena e cene con colleghi europei che parlano tre lingue e capiscono solo metà di quello che dici. Poi ho sentito la chiave magnetica scorrere nella porta accanto, e qualcosa ha smesso di andare secondo i piani.

Il ponte cinque

Cabina 309, oblò sul Ligure

La cabina era quella che mi aspettavo da una nave di livello aziendale: dodici metri quadri precisi, letto matrimoniale da 160 centimetri contro la parete di sinistra, bagno con doccia a gettoni d'acqua calda, oblò di 30 centimetri con vista sul porto di Genova mentre i cavi di ormeggio venivano sganciati uno a uno. Ho messo il laptop sul desk vicino alla finestra, collegato il cavo ethernet (sulle navi di questo tipo esiste ancora: la connessione wifi del piano ristorante non regge le call), e ho aperto il calendario. Mercoledì mattina riunione interna su Teams. Giovedì call con Madrid. Venerdì cena con il cliente al Barceloneta, dresscode business casual che in Spagna significa qualcosa di diverso da quello che penso io.

Il ronzio dei motori sotto i piedi era costante, basso, come un respiro meccanico che non si ferma mai. Ho messo le cuffiette e ho guardato il porto rimpicciolirsi attraverso il vetro dell'oblò, le gru arancioni del porto vecchio che diventavano sagome, poi niente. C'è qualcosa di preciso nello spazio di una cabina da crociera: tutto ha una posizione, tutto è avvitato o fissato, il minibar è bloccato, la sedia è ancorata al pavimento, niente può cadere se la nave inclina. Una logica di contenimento totale che nei miei spostamenti abituali non esiste mai. Prendo treni e aerei dove tutto si muove e niente sta al suo posto. Qui no.

Il corridoio del ponte cinque era silenzioso. La porta della 308, quella accanto alla mia, era chiusa.

Niccolò, cabina 308

La prima sera, il ristorante del ponte sette

L'ho incontrato la prima sera, al ristorante principale. Non cercavo compagnia: avevo il telefono con le email aperte, il vino già ordinato, un tavolo da quattro occupato da me solo e dalla borsa con il laptop. Il maître stava cercando di sistemare una coppia di anziani tedeschi e l'unico posto libero in tutta la sala era ai miei lati. Si è avvicinato lui.

"Disturbo?" ha detto, in italiano, con un accento piemontese che non lasciava margine di dubbio sulla provenienza.

Niccolò Ferraris, 33 anni, partner in una società di consulenza concorrente, base a Torino ma in movimento perpetuo tra Milano, Zurigo e Ginevra. Una stretta di mano ferma, con le dita leggermente callose sulla punta, come chi non passa tutto il giorno solo a tastiere. Occhi marroni scuri, quasi neri sotto la luce del ristorante, con un'orbita sempre leggermente in ascolto, anche quando parlava lui. Mangiava lentamente, un boccone per volta, con la stessa cura metodica con cui probabilmente revisionava i bilanci.

Non è stata una serata sentimentale. Abbiamo parlato di modelli di revenue recognition applicati al settore pharma, di un cliente che entrambi avevamo incrociato in momenti diversi da parti opposte del tavolo, di Milano e di quanto l'asse City Life-Porta Nuova abbia cambiato la geologia sociale della città negli ultimi dieci anni. Ha ordinato la seconda bottiglia prima che finissi la prima. Nessuno dei due ha chiesto niente all'altro che non fosse il passaplato del pane. Quando siamo usciti era passata la mezzanotte e il ristorante stava spegnendo metà delle luci.

Il ponte esterno

Ci siamo fermati al parapetto del ponte esterno. Il Mediterraneo era piatto e scuro, con qualche luce lontana che poteva essere la costa francese o un cargo in rotta verso il Canale di Sicilia. C'era vento leggero e il rumore dell'acqua contro la fiancata della nave, un suono ritmico e basso. Niccolò teneva il bicchiere con tutte e due le mani, in piedi contro la ringhiera, con le spalle leggermente curve verso il vento.

"Quanto duri ancora?" ha detto, indicando vagamente la nave, il viaggio, il punto preciso in cui eravamo.

"Fino a venerdì."

"Anch'io."

Poi la pausa. L'ho riconosciuta perché ci sono passato abbastanza volte in abbastanza contesti diversi da sapere esattamente cosa significa: non silenzio, ma pausa attiva. Ho guardato il mare. Lui ha guardato il mare. Poi siamo rientrati verso le cabine senza aggiungere altro, in silenzio per tutto il corridoio del ponte cinque, fino alle nostre porte adiacenti. Ci siamo detti buonanotte con la stessa semplicità con cui ci eravamo detti buonasera.

Quello che succede in mare aperto

Le due di notte, tre bussate

Tre colpi alla porta della 309, decisi, senza la reticenza di chi non sa se sta facendo la cosa giusta.

Ho aperto. Niccolò aveva ancora la camicia del ristorante, slacciata di un bottone al collo. Nessuna spiegazione. Ha aspettato sulla soglia finché non l'ho fatto entrare.

Ho chiuso la porta. La cabina era buia, solo la luce grigiastra che filtrava dall'oblò, il mare piatto fuori e il ronzio costante dei motori sotto il pavimento. Si è avvicinato e ha messo le mani sulle mie spalle, con una pressione precisa che non era né domanda né imposizione. Solo presenza ferma. Ho cominciato a slacciargli la camicia dall'alto, sentendo il tessuto rigido di una qualità non da scaffale, le asole strette di una sartoria artigianale. Sotto aveva una striscia di peli scuri che scendeva dall'ombelico verso il basso, la pelle chiara di chi passa più tempo sotto i neon degli uffici che al sole. Ho passato le dita lì, piano.

"Vai avanti," ha detto.

Il letto era un matrimoniale da 160 centimetri contro la parete, con le lenzuola della compagnia di navigazione che odoravano di bucato industriale e di quella pulizia anonima degli spazi condivisi. Ci siamo sdraiati senza eleganza, mezzo sopra mezzo sotto, trovando l'unico modo in cui due persone della nostra corporatura ci stanno in quello spazio.

Si è mosso lui per primo. Le stesse mani metodiche di prima, precise e senza fretta: bocca lungo il collo, poi il petto, poi più in basso. Una pressione lenta che aumentava e si allentava senza mai diventare prevedibile. Teneva una mano aperta sullo stomaco per tutto il tempo, come per sentire come stavo respirando. Ho lasciato che durasse più di quanto avessi intenzione di lasciare.

Quando siamo passati a qualcos'altro, il preservativo era già nel comodino della sua cabina, ha detto. È uscito e tornato in meno di trenta secondi, scalzo sul linoleum del corridoio, e questo mi ha fatto sorridere, non so bene perché.

La penetrazione è avvenuta sul lato del letto verso la parete, lui di spalle, io che trovavo l'angolo giusto in uno spazio che richiedeva coordinazione. La prima posizione non funzionava, la seconda sì. Ha tirato la testiera con una mano e ha abbassato la testa e ha smesso di parlare del tutto. Il ritmo era suo, lento e regolare come la navigazione sotto di noi, ogni tanto una pausa, un respiro lungo trattenuto, poi di nuovo. Quando è arrivato al climax ha stretto le dita sul bordo della testiera e ha emesso un suono basso, controllato anche in quel momento. Poi ci siamo fermati, lui ancora vicino a me, a guardare l'oblò. Fuori era tutto grigio e immobile.

"Barcellona domani mattina," ha detto alla fine.

"Lo so."

Si è alzato, ha raccattato la camicia dal pavimento, mi ha guardato per un secondo. Ha aperto la porta ed è uscito nel corridoio vuoto.

Civitavecchia

Il disimbarco

L'ho rivisto a colazione il giorno dopo e il giorno ancora dopo. Ci siamo detti buongiorno con la naturalezza di chi si conosce da anni e non si deve niente. A Barcellona aveva la sua riunione, io la mia. A Marsiglia ha comprato del formaggio stagionato da un mercato vicino al porto, me ne ha portato un pezzo senza spiegazioni, lo ha messo sul tavolo della colazione e si è seduto a leggere il telefono. Non ho ringraziato, non ho fatto commenti. Lo ho mangiato.

A Civitavecchia, l'ultimo giorno, l'ho incrociato sul ponte con il trolley. Ci siamo stretti la mano come avevamo fatto al ristorante il primo giorno: stessa stretta ferma, stessa assenza di cerimonia, la stessa distanza giusta. Poi lui ha preso il taxi per la stazione Termini, io quello per Fiumicino.

Funziona così, certe volte. Anche sul treno notturno qualche mese fa era andata in modo simile: uno spazio di transito, qualcuno che ci entrava senza preavviso, una cosa che finiva quando finiva lo spazio. La nave era quello spazio. Adesso era finita.

Ho guardato Civitavecchia attraverso il finestrino del taxi. Ho aperto il calendario. Il volo per Londra era alle 14:40. C'era ancora una presentazione da rivedere prima di imbarcarmi.