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Spiaggia gay Roma: Marco a Capocotta al tramonto

Spiaggia gay Roma: Marco a Capocotta, il pomeriggio che non aveva in programma

| Incontri gay casuali

La spiaggia gay Roma che Marco aveva in mente da mesi non era una spiaggia vera, era un'idea. Capocotta. Lo aveva letto da qualche parte, forse in un forum, forse nel racconto di qualcuno che ne parlava con quella nonchalance tipica di chi ha già fatto pace con se stesso. Un tratto di litorale romano, nel parco naturale, dove i costumi li mettono solo quelli che vogliono e il resto del pomeriggio si svolge secondo regole non scritte che tutti capiscono al volo.

Era mercoledì quando aveva preso il treno per Roma. Un cliente, via Veneto, una presentazione preparata in tre giorni che aveva convinto abbastanza da guadagnargli un contratto e una cena di troppo. Giovedì era libero. Aveva l'alta velocità prenotata per le 19.10, la valigia già pronta nell'armadio dell'hotel, e dodici ore da riempire come voleva.

La decisione era arrivata prima del ragionamento: prendere l'autobus, scendere al capolinea, camminare fino all'acqua.

Spiaggia gay Roma: quello che Marco non si aspettava di trovare

L'arrivo sulla spiaggia libera

La spiaggia libera cominciava dopo una curva del sentiero, all'improvviso, come se qualcuno avesse tolto un sipario. Corpi dappertutto, qualche ombrellone tirato su in modo sbrigativo, la sabbia fine quasi bianca che il sole di luglio rendeva abbagliante. Marco si era fermato un momento, il telo sotto il braccio, ad abituare gli occhi.

Trentacinque anni, architetto, il corpo curato quanto basta e non di più, due anni da solo da quando Ginevra aveva smesso di fingere che stesse andando bene. Era la prima volta che veniva in un posto del genere, ma non si sentiva fuori posto quanto aveva immaginato. C'era qualcosa di disteso nell'aria, una qualità dell'attenzione diversa da quella dei locali o delle app, dove tutto aveva fretta di diventare qualcos'altro.

Si era sdraiato vicino alla riva, abbastanza lontano dagli assembramenti, abbastanza vicino all'acqua da sentirne il rumore. Aveva chiuso gli occhi, aveva lasciato che il sole cominciasse il suo lavoro.

Aveva pensato a Ginevra per un secondo, come si pensa a una cicatrice, per controllare se fa ancora male. Faceva ancora male, ma meno.

Il pomeriggio e Daniele

Uno sguardo che dice abbastanza

L'aveva notato dopo circa un'ora. Era arrivato senza fare rumore, aveva steso il suo asciugamano a una decina di metri, si era seduto di fronte al mare con la schiena dritta. Trentotto anni, forse qualcuno in più, spalle larghe e il modo di stare fermo che hanno le persone abituate a occupare spazio senza chiederlo. Capelli corti, quasi grigi sulle tempie, la pelle abbronzata in modo uniforme, come di qualcuno che viene qui spesso. Marco aveva guardato altrove.

Il mare era piatto e verde in superficie, più scuro verso il largo. C'erano tre ragazzi che si inseguivano nell'acqua bassa ridendo forte, e una coppia più in là stretta sotto lo stesso cappello di paglia, e un rumore di vento che veniva dai pini dietro la spiaggia.

Marco aveva fatto il bagno una volta, era rimasto in acqua abbastanza a lungo da sentire il freddo nelle gambe, poi era tornato al telo. L'uomo c'era ancora. Quando Marco si era rialzato per asciugarsi, i loro sguardi si erano incrociati per la prima volta.

Non era uno sguardo qualsiasi. Era il tipo di sguardo che su una spiaggia come quella ha un significato preciso, che non lascia margine all'interpretazione, che dice: sì, ho notato, e se vuoi puoi continuare.

Marco aveva annuito appena, quasi senza accorgersene. L'uomo aveva sorriso, un sorriso lento che era una domanda più che una risposta.

Venti minuti di conversazione

L'uomo si era alzato. Era venuto verso di lui con quella camminata tranquilla di chi non ha fretta ma sa dove sta andando. Si era fermato a due passi, abbastanza vicino da far sentire il calore che emanava dopo ore al sole.

"Prima volta qui?" aveva chiesto. La voce bassa, non necessariamente discreta, solo bassa perché quella era la sua voce naturale.

"Sì."

"Si vede. Sei ancora vestito da città, nell'espressione intendo." Un mezzo sorriso. "Daniele."

"Marco."

Daniele si era abbassato, aveva preso dalla borsa una bottiglietta d'acqua, l'aveva offerta a Marco senza chiedere. Marco l'aveva presa. Avevano parlato per venti minuti di Roma, dell'estate, di come il traffico verso il lido fosse diventato insostenibile. Cose normali. Il genere di conversazione che accade in superficie mentre sotto accade dell'altro.

Daniele aveva una mano sul ginocchio mentre parlava, e a un certo punto aveva appoggiato l'altra sul polso di Marco per indicare qualcosa lontano, verso il largo, un piccolo veliero bianco che tagliava l'orizzonte. Il contatto era durato tre secondi. Abbastanza per capire che non era casuale. Abbastanza perché Marco sentisse qualcosa spostarsi nel petto, qualcosa di vecchio che si rimetteva in moto, come un motore al freddo.

Aveva guardato Daniele da vicino. Occhi chiari, quasi grigi come i capelli. La mascella con qualche giorno di barba scura. Le mani sicure e grandi. Marco aveva sentito il desiderio con una precisione fisica che non ricordava da molto tempo, un calore che partiva dalla pancia e non aveva fretta di andare da nessuna parte.

Il momento del rifiuto

La chiamata e il no

Quando Daniele aveva alzato il mento verso il sentiero tra i pini, appena un gesto, abbastanza per capire, Marco aveva sentito tutto insieme: il desiderio, che era genuino e preciso, la logica della situazione, che era semplice, e qualcosa di più difficile da nominare, qualcosa che stava in mezzo allo sterno come un ostacolo fisico.

Non era paura. Non era vergogna. Non era niente di così antico.

Era più simile a una verità scomoda: Marco non era ancora sicuro di chi stesse diventando, e fare questa cosa con quest'uomo in questo pomeriggio sarebbe stato prendere una scorciatoia che al momento non riusciva a permettersi. Come saltare un passaggio di un progetto perché hai fretta, e poi trovare l'errore tre mesi dopo quando il cliente chiama.

Aveva pensato, senza volerlo, a quella notte in Val d'Orcia qualche settimana prima, in un agriturismo scelto perché era distante da tutto, dove aveva capito per la prima volta che stare solo non era la stessa cosa che stare tranquillo. In Toscana aveva lasciato che il silenzio lo convincesse di qualcosa che ancora non sapeva nominare. Qui c'era un uomo davanti, con un'offerta chiara, e Marco era abbastanza lucido da sapere che il suo no non era il no di qualcuno spaventato.

Era il no di qualcuno che sta cercando di ascoltarsi.

"Un'altra volta," aveva detto. Non come una promessa, come una verità parziale.

Daniele aveva annuito, non offeso, anzi, con una specie di rispetto distratto. "Certo," aveva detto, e si era alzato ed era tornato al suo asciugamano senza altro.

Marco era rimasto a guardare il mare.

Quello che rimane dopo il no

Lucio, Tommaso e le storie degli altri

La spiaggia era cambiata nel pomeriggio. Qualcuno era arrivato con uno speaker portatile che trasmetteva qualcosa di ritmico e discreto. Più in là, un gruppo di quattro si era messo a giocare a carte sull'asciugamano, ridendo piano. La vita ordinaria di un posto fuori dall'ordinario. Marco aveva guardato tutto questo senza voler essere da nessun'altra parte, il che era già una piccola risposta.

Aveva pensato a Lucio, al capodanno dell'anno scorso, a quella storia strana e intensa in cui non era stato lui a decidere niente, dove si era lasciato portare da qualcuno che sapeva esattamente cosa voleva e come ottenerlo. Quello era stato un altro tipo di controllo, o forse il suo opposto. Marco aveva ceduto perché cedere era stato il gesto più onesto che riusciva a fare in quel momento.

Adesso il gesto più onesto era restare seduto sulla sabbia e guardare lontano.

Aveva pensato a Tommaso, che aveva trascorso il capodanno a Torino in una città che non conosceva, e di come gli avesse raccontato quella notte come se fosse successa a un'altra persona. Torino in inverno, le luci, il calore artificiale di una sauna, la sensazione di essere fuori dal tempo. Marco aveva capito cosa intendesse solo adesso, qui, con la sabbia calda sotto le dita e un pomeriggio intero davanti.

Alle diciassette si era alzato, aveva scosso il telo, aveva rimesso in borsa il libro che non aveva aperto. Camminando verso il sentiero si era girato un momento: Daniele stava guardando il mare, di schiena, immobile come una figura in un disegno che qualcun altro aveva già finito.

Marco aveva continuato a camminare.

Sull'autobus di ritorno aveva guardato il telefono senza aprire niente. Fuori la campagna romana scivolava via piatta e secca, i pini marittimi piegati dal vento, le case basse color ocra. Aveva pensato che era la prima volta da due anni che diceva di no a qualcosa che voleva davvero, e che il no non aveva il sapore della rinuncia.

Aveva il sapore di qualcosa che stava imparando a riconoscere come pazienza.

Capocotta: qualche informazione pratica

Come raggiungere la spiaggia gay di Roma

La spiaggia gay di Capocotta si trova all'interno del Parco Naturale di Castelporziano, sulla costa laziale a sud di Roma. Si raggiunge con il bus dalla fermata metro B Laurentina, con una corsa di circa un'ora. Scendere al capolinea, seguire il sentiero tra i pini verso la spiaggia libera, riconoscibile per l'assenza di stabilimenti balneari. Non esistono indicazioni ufficiali, non servono.

È un posto dove ci si va sapendo già cosa si trova, e dove si trova anche quello che non si stava cercando. Marco ci era arrivato con un'idea vaga e ne era uscito con qualcosa di più preciso, anche se non sapeva ancora dargli un nome.

Probabilmente sarebbe tornato. Non subito. Ma sarebbe tornato.