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Racconti prima volta gay su app

Racconti prima volta gay su app: la notte che Riccardo ha scelto

| Incontri gay casuali

I racconti prima volta gay che mi ero costruito in testa non avevano mai un protagonista che agiva. C'era sempre un ambiente a decidere per me: la cabina della sauna di Lambrate quel mercoledì di settembre, il coinquilino che bussava dopo le undici, o Daniele seduto al tavolo accanto al mio nel bar dei dottorandi in via Lambruschini con il Gadamer aperto e un modo di parlare che non lasciava via di fuga. Io ero arrivato per caso. Avevo risposto per istinto. Nessuna pianificazione, nessuna scelta deliberata. La cosa era successa, e io ero stato lì a lasciarla succedere come si lascia passare un treno che non si stava aspettando.

Grindr stava sul mio telefono da tre settimane. L'avevo scaricato un martedì sera di inizio maggio, tra una sessione di studio e l'altra, dopo che Mauro, un compagno del corso di Reti, aveva detto al bar della mensa che lui «ci trovava di tutto» con quella nonchalance da insider che mi aveva fatto sentire provinciale in due sensi contemporaneamente. L'avevo aperto, avevo compilato il profilo con una foto parziale (spalle, maglietta, niente di identificabile), avevo letto il campo «stato» e scritto «esplorativo» poi cancellato e lasciato vuoto. Poi avevo guardato il numero in grigio sotto le anteprime: distanza 850 metri. Avevo chiuso l'app e messo il telefono a faccia in giù sul tavolo della cucina.

Il profilo che non avevo ancora usato davvero

Era giovedì, 29 maggio. Avevo consegnato l'ultimo elaborato del semestre alle diciassette, mangiato da solo in cucina qualcosa di veloce, e alle ventuno mi ero ritrovato con il telefono in mano senza uno scopo preciso. Ho riaperto Grindr quasi per riflesso, come si apre un social quando si è stanchi ma non abbastanza per dormire.

C'era un messaggio. Arrivato quella stessa sera, quarantacinque minuti prima. «Ciao. Foto nuova?»

Mi sono fermato su quel profilo. Pietro, 29 anni, 190 metri. La foto mostrava metà del torso, una spalla larga, una barba di tre giorni disordinata verso il basso del mento. Il testo del profilo diceva «UX designer. Navigli. Serio.» e basta. Niente emoji, niente punti di sospensione, niente di quel registro entusiasta che avevo letto su altri profili quella sera sfogliando. Aveva scritto asciutto, come se la cosa fosse normale tra adulti che si organizzano, e per qualche ragione quella normalità mi aveva fatto abbassare le spalle.

Ho risposto: «No, è la prima che metto».

Lui, tre minuti dopo: «Capito. Sei libero domani sera?»

Ho letto il messaggio tre volte. Ho posato il telefono, ho guardato il soffitto, ho ripreso il telefono. Ho scritto: «Sì».

Quella risposta era diversa da tutte le precedenti. Le altre volte avevo risposto a qualcosa che era già in corso, un momentum che non avevo generato io. Stavolta avevo avviato uno scambio di messaggi su un'app, con uno sconosciuto a 190 metri, e avevo detto sì a un appuntamento che non esisteva ancora. Il passo era piccolo in termini assoluti e completamente diverso in termini pratici.

Abbiamo scritto ancora un po'. Mi ha detto che aveva trentuno anni (aveva il profilo aggiornato male, «mi dimentico sempre»), che lavorava per un'agenzia di Brera che progettava interfacce per app finanziarie, che viveva ai Navigli da quattro anni. Io gli ho detto Politecnico, magistrale, Bari di origine. Lui ha risposto «capito» come risposta a quasi tutto, e quella parola monosillabica stava diventando il suo modo di segnalare che aveva sentito senza bisogno di elaborare.

Un caffè in via Piero della Francesca

Ci eravamo dati appuntamento alle ventuno in un bar vicino alla fermata Porta Genova. Quando sono arrivato Pietro era già seduto con un espresso quasi finito davanti e il telefono girato sul tavolo, come se aspettare fosse qualcosa che faceva senza consultare lo schermo ogni trenta secondi.

Aveva gli occhi grigi, una cosa che non avevo visto bene dalla foto: grigi chiari, il tipo che cambiano tonalità a seconda della luce. Le spalle che in foto sembravano solo larghe, viste da vicino erano anche definite, con una postura leggermente inclinata in avanti di chi passa le giornate a guardare schermi. Le mani erano grandi, con la punta delle dita leggermente callosa sul lato del pollice, quella di chi usa la tavoletta grafica per ore. Aveva una giacca di cotone verde scuro e una maglietta bianca sotto, niente di studiato, niente di casual costruito. Era vestito come qualcuno che non aveva pensato molto a come vestirsi.

«Vuoi qualcosa?» ha detto indicando il bancone con un cenno.

«No, grazie.»

Il caffè stava lì tra noi, terminato. Lui mi ha guardato un attimo, con quegli occhi grigi che non erano né caldi né freddi, solo presenti, poi ha detto: «Vieni?»

Avevo ventitré anni, ero di Bari, studiavo Ingegneria Informatica al Politecnico, avevo scaricato un'app tre settimane prima e non l'avevo mai usata davvero fino alla sera precedente. E stavo per rispondere sì a una domanda formulata in modo esplicito da uno sconosciuto che aveva gli occhi grigi e le dita callosa sul pollice.

Ho preso la giacca dal bordo della sedia.

«Andiamo.»

Il suo appartamento al terzo piano

Abitava a cinque minuti a piedi, terzo piano senza ascensore, parquet vecchio che scricchiolava in modo specifico a ogni passo, un suono che aveva un ritmo preciso come una firma del corridoio. Un MacBook aperto sul tavolo con wireframes a schermo, tre sticky note gialle sul bordo del monitor, una libreria piccola con libri di interface design e due romanzi spigolosi di Gesualdo Bufalino. La cucina era visibile dall'ingresso: una moka sul fornello già spenta, piatto nel lavello, niente di ostentato. Era un appartamento da persona sola che ci viveva davvero.

Ha lasciato la luce del corridoio accesa e mi ha portato in camera. La finestra dava su un cortile interno e dal basso saliva il suono lontano di un tram che svoltava in via Vigevano, poi silenzio. Ha acceso la lampada sul comodino, luce bassa, arancione.

Si è seduto sul bordo del letto e mi ha guardato in piedi davanti a lui.

«Stai bene?»

«Sì.»

Si è alzato e mi ha baciato. Aveva le mani grandi, e le ha messe ai lati della mia faccia con una precisione che non mi aspettavo, pollici vicino agli zigomi, il resto delle dita verso la nuca. Il bacio era lento, non urgente, niente di quel ritmo affrettato che mi ero immaginato per un incontro da app. Gli ho messo le mani sulla schiena, ho sentito i muscoli sotto la maglietta spostarsi leggermente, lui si è staccato di qualche centimetro e ha detto «posso?» prima di tirare su l'orlo del mio maglione.

Ci siamo spogliati con la luce della lampada arancione. Aveva una linea di peli scuri dallo sterno verso il basso, le spalle che da vicino erano ancora più presenti, una piccola cicatrice sul fianco sinistro che non ho chiesto. Mi ha fatto sdraiare sul letto e ha preso del tempo con le mani, prima, spostandole in modo lento e sistematico, come chi studia una cosa prima di usarla. Poi si è abbassato, e io ho smesso di pensare a qualsiasi cosa al di fuori di quello che stava succedendo nel raggio di mezzo metro.

Ha fatto un preliminare lungo, con una concentrazione che non era esibizionismo ma attenzione autentica, il tipo che si capisce dalla qualità del silenzio intorno. Quando si è fermato mi ha guardato, aspettando.

«Come vuoi fare?»

Ho detto cosa volevo. Non l'avevo mai detto così, senza che il contesto lo rendesse ovvio, senza che l'altro lo deducesse dal posizionamento dei corpi. L'avevo detto con una frase, breve, e lui aveva annuito come se fosse una risposta ragionevole a una domanda ragionevole.

Ha preso un preservativo dal cassetto del comodino, ha fatto tutto con calma, e a metà, con una voce abbassata che era domanda vera e non formula, ha chiesto di nuovo: «Stai bene?»

«Sì.»

Stavolta non avevo dovuto pensarci tre volte.

Il ritmo era progressivo, con pause in cui mi guardava, e io lo guardavo, e la comunicazione era ridotta a variazioni minime di respiro e pressione delle dita sul mio fianco. Alla fine lui ha emesso un suono basso e trattenuto, come chi cerca di non disturbare i vicini di stanza, e io avevo già finito poco prima: un momento netto, senza annuncio.

Siamo rimasti fermi qualche secondo. Poi lui si è alzato, è andato in bagno, è tornato con un bicchiere d'acqua.

«Tieni.»

L'ho preso. L'acqua era fresca. Ho bevuto metà e l'ho appoggiato sul comodino.

«Sei del Politecnico da quanto?» ha detto, sedendosi di nuovo sul bordo del letto con la schiena appoggiata alla testiera.

«Dal 2024. Magistrale al primo anno.»

«Informatica, giusto.»

«Sì.»

C'è stato un silenzio non imbarazzante. Lui ha guardato il soffitto per qualche secondo, poi si è girato verso di me: «Ti fermo il tram o riesci?»

«Riesco.»

Ha annuito. «Porta Genova è a cinque minuti.»

Mi sono rivestito senza fretta, lui è rimasto sul letto con un cuscino dietro la schiena, guardando il telefono senza urgenza. Ho preso la giacca dall'attaccapanni nell'ingresso. Lui non si è alzato, ma ha alzato la voce dal corridoio: «Ciao.»

«Ciao.»

Il parquet ha fatto il suo ritmo preciso mentre uscivo.

Ho preso la metro da Porta Genova a Loreto con il giubbino aperto e l'aria di fine maggio che a quell'ora, passata mezzanotte, aveva ancora qualcosa di fresco che non ci si aspetta a Milano in quella stagione. Nel corridoio della metropolitana ho guardato il telefono. Nessun messaggio di Pietro. Nessuno da mandargli. Era stato preciso, attento, e non aveva lasciato niente in sospeso, nemmeno la promessa vaga di rivedersi.

Tutte le altre volte ero arrivato per caso. La sauna, il coinquilino, il bar. Stavolta avevo scaricato un'app, compilato un profilo, risposto a un messaggio e detto sì a una domanda formulata in modo esplicito.

Sono sceso alla mia fermata. Il portone di casa ha fatto il solito click meccanico.

Era diverso.