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Crociera gay Mediterraneo: Tommaso e Riccardo sul balcone della cabina all'alba

Crociera gay Mediterraneo: Tommaso e Riccardo, dodici metri quadri e due notti in cabina

| Incontri gay casuali

La prima cosa che ho visto, entrando in cabina, è stato il letto matrimoniale. Un letto solo. Non due singoli, come avevo vagamente immaginato quando Riccardo aveva proposto la crociera gay nel Mediterraneo su WhatsApp a fine maggio, con un messaggio che diceva semplicemente "trovo io un'offerta last minute, ci stai?" e io avevo risposto sì prima ancora di capire cosa stavo accettando.

Avevamo dormito insieme una volta, a giugno. Appartamento a Bovisa, serata finita tardi, metro ferma. Era rimasto sul mio divano, poi non sul mio divano. Non ne avevamo parlato il mattino dopo. Era una di quelle cose che restano sospese, come certi teoremi che dimostri solo per casi particolari senza trovare la forma generale.

La costa del Lazio che sparisce

La nave partiva da Civitavecchia alle diciassette. Riccardo era arrivato al porto con venti minuti di anticipo, cosa insolita per lui, e lo avevo trovato seduto su una panchina davanti all'imbarco con uno zaino sulle ginocchia e gli occhiali da sole che non riuscivano a nascondere quanto fosse nervoso. Lo conosco da quasi due anni. So quando è nervoso.

«Solo venti chili per due notti» aveva detto, come se stessimo parlando del bagaglio.

«Lo so. L'ho letto anche io sul sito.»

Silenzio. Il tipo di silenzio che si è depositato tra noi negli ultimi mesi uno strato alla volta. Eravamo tornati alla stessa sauna di Lambrate dove ci eravamo conosciuti la prima volta, quella sera in cui lui aveva bussato alla porta della mia cabina con le nocche e io avevo aperto, quella storia che sapete già. Poi c'era stato il giugno a Bovisa. Poi altri mesi di niente che non era davvero niente.

La Costa Magica salpava verso Palma di Maiorca e poi Barcellona. Due notti, tre porti. Avevo quattro giorni liberi, la prima sessione del dottorato era finita e la prossima iniziava il lunedì successivo. Riccardo stava finendo la triennale, aveva bisogno di staccare. Entrambi avevamo bisogno di staccare.

Il problema era che ci stavamo portando dietro noi stessi.

Dodici metri quadri, un balcone

La cabina era al ponte sette, lato babordo. Letto matrimoniale, armadietto doppio, bagno con doccia, balcone. Il balcone era l'unica parte generosa: due sedie di plastica bianca, un tavolino, spazio per stare in piedi senza toccarsi se ci mettevi impegno.

Riccardo aveva posato lo zaino sul pavimento e si era seduto sul bordo del materasso, le mani sulle cosce, guardando fuori dal finestrino. Io avevo sistemato la mia borsa nell'armadietto di destra e avevo aperto la porta sul balcone. L'aria sapeva di sale e carburante. Il porto di Civitavecchia si allontanava, le gru arancioni diventavano più piccole.

Si era avvicinato e si era appoggiato alla balaustra accanto a me, il gomito che quasi toccava il mio, e per un momento nessuno dei due aveva detto niente mentre la costa del Lazio spariva.

Era quello il momento in cui avrei potuto parlare. Avevo una lista di cose che non avevo mai detto: che la mattina dopo Bovisa avevo fatto finta di dormire per non doverlo guardare mentre raccoglieva le sue cose, che quando mi aveva scritto del viaggio avevo aspettato quattro secondi prima di rispondere sì per non sembrare troppo rapido, che il cerchio imperfetto tatuato sul suo polso sinistro, disegnato da un'amica, mi aveva sempre fatto venir voglia di seguirlo con l'indice.

Non avevo detto niente. Avevo guardato il mare.

Palma, l'Aperol e le cose non dette

La prima sera avevamo mangiato al buffet del ponte undici, poi trovato un bar all'aperto verso la prua dove servivano Aperol Spritz troppo dolci. Riccardo ne aveva presi due, io uno. Avevamo parlato di Bari, della sua famiglia, del coming out che rimandava da quando stava a Milano. Lo avevo già visto fare quella faccia quando parlava dei suoi, una stanchezza che non riguardava il dormire. Sapevo che poco prima di Natale c'era stato un momento complicato a casa, quella telefonata con i genitori che lo aveva lasciato svuotato per giorni.

«A Natale è andato meglio di come pensavo» aveva detto. «Mio padre non ha chiesto niente.»

«A volte non chiedono perché sanno già.»

«O perché preferiscono non sapere.»

Gli avevo raccontato di mia sorella, che sapeva da anni senza che nessuno l'avesse mai detto esplicitamente. Un patto tacito che funzionava finché funzionava. Avevo lasciato Roma per il dottorato al Politecnico con l'idea che la distanza risolvesse alcune cose, e invece le aveva solo spostate.

Eravamo rientrati in cabina verso mezzanotte. Riccardo si era lavato i denti, si era sdraiato dal lato sinistro del letto con le cuffie nelle orecchie. Io ero uscito sul balcone ancora un po', guardando il nero del mare. Quando ero entrato mi ero sdraiato a destra senza spogliarmi del tutto.

Nel buio, il suo respiro si era fatto più lento. Pensavo si fosse addormentato quando aveva detto, senza togliersi le cuffie: «Non è strano, vero? Dormire qui.»

«No» avevo risposto. «Non è strano.»

Il giorno dopo, Palma. Catedral de la Seu vista dall'esterno, il mercato, una birra in un bar vicino al porto. Riccardo aveva comprato una cartolina che non avrebbe mai spedito. Io avevo camminato mezzo passo dietro di lui per la maggior parte del pomeriggio, guardando come si muoveva tra la gente, come si spostava per fare spazio quando il marciapiede si restringeva.

La sera eravamo tornati in cabina prima di cena perché lui voleva farsi la doccia. Stavo leggendo sul balcone quando avevo sentito la porta del bagno aprirsi. Riccardo era uscito con un asciugamano in vita, cercando qualcosa nell'armadietto. Il cerchio sul polso. La pelle abbronzata delle spalle. Il bordo dell'asciugamano.

Avevo smesso di leggere.

La seconda notte

Era stato lui a chiudere la porta del balcone.

Non so dire con esattezza il momento in cui le cose cambiano, perché non è mai un momento, è una serie di millimetri. C'era stato un punto, quella sera, in cui Riccardo si era seduto sul bordo del letto ancora con l'asciugamano e mi aveva guardato senza cercare di nasconderlo, e io avevo posato il libro sul comodino e lo avevo guardato anch'io, e nessuno dei due aveva detto niente perché non serviva.

Mi ero alzato. La nave oscillava piano. Gli ero andato vicino e lui aveva alzato la testa verso di me, gli occhi che aspettavano. Avevo messo la mano sul lato del suo viso e lui aveva chiuso gli occhi un secondo prima che lo baciassi.

Diverso da giugno, che era stato urgente e quasi senza fiato. Questo era lento. Come se entrambi avessimo capito che non c'era fretta, che avevamo tutta la notte e che era proprio quello il punto: avere finalmente tempo.

L'asciugamano era scivolato quando lo avevo fatto sdraiare. Avevo fatto scorrere le dita lungo il suo sterno, la curva dell'anca, la pelle ancora tiepida e umida. Lui aveva le mani sulla mia schiena, le dita che cercavano il bordo della maglietta, poi che la tiravano su.

Mi ero tolto la maglietta. Il tatuaggio sul mio fianco sinistro, tre triangoli intrecciati che un'amica romana aveva disegnato quando avevo ventitré anni, era il dettaglio che le persone guardavano sempre per primo. Riccardo lo conosceva, lo aveva già visto, ma quella sera ci aveva passato sopra il pollice come se lo stesse leggendo per la prima volta.

«Fa ancora effetto» aveva detto sottovoce.

Avevo risposto avvicinandomi di nuovo.

Quello che è seguito era lento e preciso: ogni passo logico dal precedente, niente lasciato all'approssimazione. Le sue mani sapevano dove andare. La mia bocca seguiva il collo, la spalla, lo spazio sotto l'orecchio. Il momento in cui ho capito quanto lo desiderassi non era stato visivo, era sonoro: il respiro che cambiava quando premevo la bocca sul suo stomaco, un suono involontario che non avrebbe fatto se avesse avuto il controllo della situazione.

Non aveva il controllo. Non ce l'avevo neanch'io, in un senso diverso: quello di chi conosce già il risultato ma non vuole accelerare perché il percorso è la parte che conta.

Eravamo stati in quel letto quasi due ore. La nave oscillava. Fuori, il Mediterraneo era piatto e nero. A un certo punto ci eravamo spostati verso il bordo del materasso e poi di nuovo verso il centro, e io continuavo a sentire il calore del suo corpo anche nei momenti in cui non ci toccavamo, una specie di campo residuo.

Quando avevamo finito eravamo rimasti fermi. Il respiro. Il soffitto della cabina con quella luce di emergenza verde nell'angolo in alto a destra. La mano di Riccardo che trovava la mia nel buio senza che nessuno dei due decidesse di farlo.

Il porto di Barcellona, mattina

Il mattino dopo ero sveglio prima di lui.

La luce sul balcone era quella delle sette, ancora morbida, e il porto di Barcellona si vedeva in lontananza, le gru diverse da quelle di Civitavecchia ma ugualmente arancioni. Riccardo dormiva sul fianco sinistro, la schiena verso di me, la respirazione lenta.

Avevo pensato a tutte le cose che ci eravamo non detti in due anni. A quanto fosse più facile studiare i sistemi fisici, che hanno equazioni definite, rispetto a capire cosa stava succedendo tra noi.

Si era svegliato alle sette e mezza. Mi aveva guardato come ci si guarda quando non si sa ancora dove ci si trova, poi aveva capito, e invece della faccia di chi non sa come uscire dalla situazione aveva fatto una faccia diversa, quasi sollevata.

«Ci sbarchiamo a Barcellona» aveva detto.

«Tra due ore circa.»

Aveva annuito. Poi: «Ti andrebbe fare colazione sul balcone?»

Avevamo preso due caffè e dei croissant al buffet e li avevamo portati fuori, sulle due sedie di plastica bianca, guardando il porto che si avvicinava. Non avevamo parlato di quello che era successo nel modo in cui ci si aspetta: il bilancio, le aspettative, le domande a cui dare risposta.

Avevamo parlato di Barcellona. Di dove mangiare le tapas. Di una mostra che Riccardo aveva visto su Instagram e voleva visitare se avevamo tempo prima del volo.

Era una di quelle conversazioni che sembrano banali e non lo sono. Come certi teoremi: la forma generale non è più difficile del caso particolare, ha solo bisogno di un linguaggio diverso. Forse lo stavamo trovando, quel linguaggio. O forse lo stavamo solo rimandando a dopo il volo, a dopo la triennale, a dopo quella serie di dopo che sembrano necessari finché un mattino ti svegli in un porto straniero con due caffè in mano e capisci che il dopo è adesso.