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Spiaggia gay Rimini di notte

Spiaggia gay Rimini: una notte da solo, un incontro

| Coming out

La spiaggia gay Rimini non era nel piano. Ero sul Frecciarossa da Milano Centrale con il biglietto già emesso per Bari, zaino in cappelliera, cuffia in tasca ma musica spenta da un'ora. Fuori scorreva la pianura padana, piatta e abitudinaria, e nella testa mi giravano attorno sei mesi di roba che non riuscivo a mettere in fila. A Bologna ho fatto una cosa che non mi aspettavo di fare: sono sceso dal treno, ho preso un caffè al binario, sono salito alle biglietterie e ho cambiato il biglietto. Rimini. Una notte. Ripartivo la mattina dopo.

Non sapevo spiegarlo. Era una di quelle decisioni che il corpo prende prima della testa, e che la testa poi non riesce a razionalizzare nel modo giusto finché non sei già sul treno successivo, con la pianura padana di nuovo fuori dal finestrino.

Il lungomare di giugno

Il b&b che ho trovato su Maps si chiamava Gianna e Figlio ed era esattamente quello che il nome prometteva: pavimento di maiolica anni Ottanta, copriletto a fiori, ventilatore a soffitto che girava con un leggero sfregamento nel cuscinetto. La signora alla reception mi ha consegnato le chiavi senza alzare gli occhi dal telefono. Stanza tre, secondo piano, bagno in fondo al corridoio.

Ho lasciato lo zaino sul letto e sono uscito.

Rimini di sera, a giugno, ha quella qualità specifica dei posti di vacanza che non hanno ancora dato tutto: i ristoranti sul lungomare sono aperti, i turisti camminano lenti, i bambini con il gelato sono già stanchi ma non lo ammettono. Sono andato verso sud, lontano da Piazzale Kennedy e dalla zona degli alberghi che si chiamano tutti Playa o Strand o Bellariva. Ho camminato lungo il bagnasciuga finché i lettini sono finiti e la spiaggia libera è cominciata.

Verso Rivabella, dopo l'ultimo stabilimento balneare gestito, c'è un tratto dove le cabine di legno non sono presidiate, i cancelletti sono accostati, e le persone che ci vanno la sera ci vanno perché lo sanno già. Non è segnato su nessuna mappa. Si riconosce dall'assenza di famiglie e dal tipo di silenzio che ci trovate.

Il bilancio che non riuscivo a fare sul treno

Ho fatto quei trecento metri di sabbia libera con le scarpe in mano. Il tramonto stava finendo. Il mare era piatto e quasi viola. Mi sono seduto su un muretto di cemento a pelo d'acqua e ho guardato il mare. Ho pensato a Mattia, a come erano andati i primi mesi, a quella sensazione di aprire uno spazio dentro che non sapevi di avere. Ho pensato a Tommaso, alla settimana prima in Versilia. A Daniele. Sei mesi è un numero che non ha ancora deciso cosa vuole essere: non breve abbastanza per dimenticare, non lungo abbastanza da diventare un'altra vita.

Nico

Era lì già da prima di me, seduto sullo stesso muretto con i piedi a penzoloni sul bordo e le scarpe appoggiate alla borsa frigo. Trentadue anni, forse trentatré. Fisico da stagionale: spalle larghe e abbronzate fino al colletto, peli scuri che uscivano dall'apertura della polo aperta su tre bottoni, pancia piatta, mani grandi da cuoco con le nocche callose. Guardava il mare come qualcuno che lo conosce così bene da non doverlo più guardare davvero, e questa differenza tra guardare e vedere si sentiva anche da lontano.

Ho abbassato le scarpe sulla sabbia e mi sono seduto a meno di un metro da lui. È passato un minuto, forse due.

«Sei di qui?» gli ho chiesto.

Ha girato appena la testa. «Di qui abbastanza. Tu sei di passaggio.»

Non era una domanda.

Si chiamava Nico. Sous-chef in un ristorante di pesce sulla provinciale, stagione da maggio a ottobre, sei giorni su sette. La sera camminava sulla spiaggia perché aveva bisogno di un'ora senza gli ordini e il caldo dei fornelli. Ha tirato fuori dalla borsa frigo ai suoi piedi due birre, ne ha passata una a me con il gesto di chi non si aspetta di essere ringraziato.

La birra e il silenzio

Abbiamo parlato poco, ma bene. Ho detto che ero di Bari, che studiavo a Milano, che avevo cambiato biglietto a Bologna senza un motivo preciso. Lui ha detto che capiva quella cosa lì, il cambio di biglietto improvviso: anche lui lo faceva ogni tanto, sul pullman del giovedì sera verso Cesena, quando aveva bisogno di mettere uno spazio tra sé e il lavoro.

Ci siamo guardati nel modo in cui ci si guarda quando nessuno dei due sta fingendo di non capire cosa succederà.

Le cabine

Non ricordo chi dei due si è alzato per primo. Ricordo che siamo andati verso la fila di cabine di legno, l'ultima era socchiusa, e che lui l'ha aperta con una spalla senza fare domande. All'interno c'era odore di resina e salsedine, una luce residua che entrava da una fessura in alto, abbastanza per vedere.

La prima cosa che ha fatto è stata appoggiarmi una mano al collo. Non spingermi: trattenermi. Un bacio lento, con il rumore del mare che entrava da quella fessura, le sue labbra che avevano ancora il sapore della birra. Ho sentito la tensione della giornata, del viaggio, della decisione a Bologna, che cedeva un centimetro alla volta.

Si è tolto la polo tirandola sopra la testa, il gesto pratico di uno che non ha tempo per cerimonie. Il petto largo, i peli scuri, una cicatrice sottile all'altezza dell'appendice, il muscolo del fianco che si incavava quando respirava. Ho passato le dita su quella cicatrice e lui ha fatto un suono basso, quasi di risposta.

Ci siamo spogliati senza fretta inutile. I suoi jeans sul pavimento di legno grezzo, i miei subito dopo, i vestiti nell'angolo. Lui in piedi davanti a me, nell'ultima luce dall'alto, largo e tranquillo come qualcuno che non ha niente da dimostrare.

Ho iniziato io, inginocchiato sul pavimento con le mani sulle sue cosce. Nico ha appoggiato la testa alla parete e chiuso gli occhi. All'inizio teneva le braccia lungo i fianchi, il controllo che non mollava. Poi, lentamente, le dita si sono aperte sui miei capelli, senza stringere, senza guidare. Solo il peso della mano che cedeva a poco a poco.

Quando mi ha sollevato lo ha fatto con entrambe le mani sotto le ascelle, preciso, il movimento di chi è abituato a spostare pesi. Mi ha girato verso la parete. Ho sentito il legno ruvido contro i palmi, i suoi piedi che aggiustavano la posizione alle mie spalle.

Il preservativo che ha tirato fuori dalla tasca dei jeans era già in mano prima che io dicessi qualcosa. Penetrazione lenta, con una pausa a metà che mi ha fatto uscire mezzo respiro dalla bocca, poi di nuovo, più profondo. Le sue mani che aggiustavano la presa sui miei fianchi con un ritmo che ha trovato subito la misura giusta.

«Stai bene?» ha chiesto contro il mio collo.

«Sì.»

Non ha aggiunto altro. Abbiamo trovato il ritmo insieme, le assi del pavimento che scricchiolavano piano, il mare fuori che faceva il suo lavoro. A un certo punto ho smesso di tenere conto del tempo. Quando è arrivato lo ha comunicato con una pressione dei pollici sulle mie vertebre e un suono che era quasi silenzioso. Io subito dopo, con la fronte contro il legno e le gambe che tenevano a malapena.

Siamo rimasti così qualche secondo. Lui ancora addosso a me, il respiro che scendeva, la mano aperta sulla mia schiena. Poi si è ritratto con cura, e abbiamo fatto il silenzio che viene dopo le cose vere.

Uscire dalla cabina

Ci siamo rivestiti nel buio quasi completo. Nico ha controllato il telefono, ha detto che doveva rientrare. L'ho guardato sistemarsi la polo con quel gesto pratico, le mani grandi che tiravano il tessuto ai fianchi senza smettere di essere esatte.

«Buon viaggio», ha detto.

«Grazie per le birre.»

Ha riso, finalmente con la bocca aperta questa volta, e poi è uscito dalla cabina senza girarsi.

Il treno delle sette

Sul bagnasciuga

Sono rimasto sulla riva qualche minuto con le scarpe nella sabbia bagnata. Il mare era nero e fermo. Ho pensato ai sei mesi che si chiudevano: a Mattia, a quella prima sera in Bovisa quando cercavo qualcosa senza saperlo ancora. A Tommaso la settimana prima, in quella spiaggia gay in Versilia che sembrava l'opposto di questa, tutto rumore e aspettative condivise. A Daniele. Al fatto che nessuno dei tre era Bari, e che Bari era quella cosa lì che stavo andando a riprendere.

Il mare non rispondeva. Non era necessario.

Ho dormito quattro ore nel b&b di Gianna, con il ventilatore che girava sul soffitto. Alle sei l'allarme, la doccia, la valigia. Il Frecciarossa delle 7:13 era quasi vuoto. Pianura padana, Appennino, Puglia. Ho guardato fuori dal finestrino per quasi tutto il viaggio, senza musica nelle orecchie.

A Bari Centrale mia madre mi aspettava fuori dai tornelli, occhiali da sole e telefono in mano. Mi ha dato un bacio sulla guancia e non ha detto niente sulla faccia che avevo.

Era abbastanza così.